Villa Boccaccini

I ricordi, soprattutto quelli legati a fatti violenti, restano impressi nello spazio e nel tempo, come fotografie che per sempre rimarranno a gravitare in un dato luogo. Realtà paradossali che fluttuano solitarie nell’etere, a stretto contatto con la nostra realtà, ma che rimangono nascoste fino a quando qualcuno non trova il varco per passare da una dimensione all’altra. Questi personaggi vengono definiti medium, sensitivi, persone in grado di percepire quella soglia che divide i mondi e che sono, talvolta, in grado di trovare la chiave giusta per aprire una porta che, spesso, andrebbe invece lasciata chiusa.

Ed è di Villa Boccaccini che vi voglio parlare, di una notte del 1980 in cui un gruppetto di adolescenti decise di prodursi in una classica bravata di fine estate: dimostrare di avere coraggio, a dispetto delle leggende e delle dicerie locali.

Villa Boccaccini sorge in quel di Comacchio, in prossimità di Lido degli Scacchi ed è raggiungibile attraverso la via Romea. Oggi è un vecchio rudere tenuto insieme dalle radici degli alberi e sostenuto da rami che penetrano in ogni crepa. Allora non versava in condizioni ottimali, era già stata oggetto di vandali e saccheggiatori, diventando meta di tossicodipendenti e rifugiati clandestini di ogni genere.

Tuttavia, nel 1980 conservava un fascino non solo dettato dal fatto che fosse indicata come la location in cui era stato girato il famoso film di Pupi Avati, “La casa dalle finestre che ridono”, ma per quelle voci che la bollavano come una casa maledetta e infestata dai fantasmi. Dunque, il gruppetto di ragazzi che si accingeva a passarvi qualche ora in piena notte, non si poteva considerare coraggioso, ma solo incosciente.

Furono molti gli strani accadimenti che si manifestarono quella notte, ma il più simbolico di tutti fu quella soglia che venne aperta nello spazio e nel tempo e che rivelò l’orrido contenuto della casa e la maledizione celata. Un anatema che dal 1800 colpiva la famiglia Boccaccini e che ancora oggi non ha del tutto esaurito i suoi strascichi nefasti. Furono diversi i componenti giovani della famiglia a decedere in giovane età e in circostanze alquanto dubbie, ma la capostipite di tale orrore vagava ancora fra quelle rovine, gridando giustizia.

E fu questo, quello che scoprirono i ragazzi in quella notte del 1980. Questa la presenza che infestò la vita di un paio di loro per alcuni mesi, tormentandoli anche quando furono tornati nelle proprie città, una volta terminate le vacanze.

La storia narrava come il vecchio Conte divenne un folle a causa della fuga della figlia, la quale, non potendosi separare dal giovane amante plebeo, il giardiniere in questo caso, scappò in una notte di luna piena, abbandonando il padre e la casa natia. Il Conte venne emarginato dalla buona società Ferrarese e morì solo e dimenticato in quella villa silenziosa. Tuttavia, ciò che invece i ragazzi videro quella notte fu una tragedia del tutto diversa.

Fotogrammi di un duplice omicidio sfilarono davanti ai loro occhi, riversandosi fuori da quella soglia che una seduta spiritica, eseguita per burla, aveva invece spalancato sulla loro realtà. Il giovane amante della contessina venne massacrato senza pietà e a colpi di mannaia dal padre di lei e il cadavere venne murato, insieme alla fanciulla, ancora viva e paralizzata dall’orrore, all’interno di una rientranza del muro perimetrale.

Solo nel gennaio del 1981, quando un’improvvisa nevicata fece crollare una parte del muro e gli scheletri vennero finalmente alla luce, il fantasma della contessina smise di tormentare i giovani che avevano osato varcare la soglia fra i due mondi.

© 2015 di Irma Panova Maino

Una luce brilla

“Guarda! Là! Brilla ancora!” Vassili si rivolse a Max indicandogli un puntino molto lontano che, quasi per miracolo, si poteva scorgere dall’oblò. L’altro uomo fluttuò verso il collega, cercando di non andare a sbattere contro le paratie imbottite della navicella.

Per qualche istante strizzò gli occhi, sentendo la delusione montargli dentro, poi, non appena ebbe finalmente inquadrato la zona che ancora gli indicava l’amico, finalmente riuscì a scorgere quella capocchia luminosa che da quasi due giorni continuavano a vedere. Nessuno di loro sapeva che diavolo era accaduto sulla terra, nemmeno le altre navette orbitanti, intorno al globo, avevano ricevuto notizie ed erano ormai più di sei mesi che si ritrovavano nello spazio, senza avere alcun ragguaglio. Il silenzio era stato improvviso e totale.

Le comunicazioni si erano interrotte e si erano ritrovati abbandonati nello spazio, senza avere la più pallida idea di cosa sarebbe stato di loro. E la terra, punto di riferimento, sempre illuminata da miriadi di luci, era apparsa buia e desolata.

Diverse aree si erano spente all’improvviso, come se una mano gigantesca avesse tolto un’enorme spina da un’altrettanto enorme presa e tutto era piombato nel buio e nel silenzio. Alcuni luoghi erano rimasti accesi per le 24 ore successive, ma poi nessuna luce si era più riaccesa. Ed ora eccola, quella tenue luminescenza che pareva splendere in mezzo alle tenebre, lontana e remota, eppure così ricca di speranza.

Vassili e Max erano sopravvissuti solo grazie alle rispettive volontà, caparbi e incredibilmente attaccati alla vita, non si erano lasciati sopraffare dal senso di claustrofobia che aveva colpito gli altri due membri della navicella spaziale. Sarah e Pierre, un giorno, senza avvisare nessuno, erano semplicemente usciti per quella che sarebbe stata una passeggiata eterna.

Max aveva cercato di convincerli a non staccare i cavi di sicurezza che li tenevano ancorati, ma non era stato ascoltato e quando Vassili si era ripreso dallo shock, non era restato loro altro da fare che cercare di organizzare uno stato di emergenza, conteggiando i viveri, l’acqua e le fonti di energia. Se dalla terra nessuno era più in grado di rispondere o di interagire con loro… chissà quanto tempo avrebbero dovuto passare lassù, nello spazio, in attesa.

Ma quella luce, quel puntino luminoso, che proprio alla vigilia di Natale aveva preso a brillare, dava a loro qualche speranza. Forse non tutto era perduto.

* * *

“Non fare spegnere il falò! Guai a te!”
“No mamma…”
“E gira bene la nonna, che deve cuocere a puntino!”

© 2015 di Irma Panova Maino

Sole

Lei era lì, pigramente distesa sotto il sole, a crogiolarsi per quell’attimo di pace inatteso. La lettera, che stringeva ancora in mano, non era altro che la risposta a una sua missiva spedita un paio di settimane prima e quella stessa missiva recava con sé una speranza che in quel momento era diventata realtà.

Gli aveva alla fine scritto, aveva confessato ciò che provava, dandogli modo di diventare consapevole dei sentimenti che agitavano il suo animo. E mentre cambiava posizione sul lettino, a bordo della piscina, distendendosi a pancia in sotto, la mente ripercorse le righe scritte di getto e con l’emozione che ancora le faceva tremare la mano.

“Mio caro,
questa mia la dedico a te e a quello che l’ultima volta è intercorso fra di noi. TI penso e ricordo, sento il sapore della tua pelle e la pressione delle tue mani. La memoria ha ben impresso quell’attimo in cui mi hai resa eterna, donandomi per sempre il calore del dei tuoi sentimenti.
Quindi è per questo che ora ti invio questi miei versi, per darti la misura di quanto io mi sia sentita amata e desiderata; di quanto la prospettiva della mia esistenza sia cambiata alla sola idea di poterla condividere con te.

Danzano le fiamme
Nella notte senza luna
È l’incendio
Che congiunge gli amanti
È il pericolo
Che li rende eterni

Il pericolo lo abbiamo affrontato e sconfitto, rendendoci complici in quello che era il nostro gioco di sguardi e carezze furtive, rubate in momenti in cui nulla avrebbe dovuto turbare gli equilibri. E ora io so, ho saputo, che nulla può ostacolare ulteriormente ciò che proviamo l’uno per l’altra. So, perché ho visto in fondo al mio cuore, che non sfuggirò più al mio destino, ricoprendo quanto ci è dovuto con timori e dubbi.
Attendo solo una tua risposta, un tuo cenno che verrai a reclamare ciò che è già tuo. Con amore infinito.”

Questo era il tenore di quella missiva. La trepidazione che l’aveva colta, mentre attendeva con ansia la risposta dell’uomo della sua vita, l’aveva portata a essere frenetica, quasi isterica, incontrollabile.

Nulla l’aveva soddisfatta nei giorni precedenti e nulla sembrava placare il suo animo in tumulto, il timore che fosse ormai troppo tardi le aveva attanagliato le viscere, portandola a un’inappetenza forzata. Tuttavia, ora che finalmente la risposta era arrivata, la pace era scesa sul suo animo, portandola a distendersi su quel lettino sotto il sole cocente, alla ricerca di quel calore che le era venuto a mancare per giorni.

Si tolse gli occhiali da sole graduati, che le avevano permesso di leggere la lettera e si cosparse il viso con della crema per prevenire le scottature, quindi, lasciandosi andare, si rilassò dando modo alla mente di vagare libera, libera di poter sognare.

E mentre la tensione finalmente lasciava le sue membra, portandola verso un mondo onirico nel quale ricongiungersi anticipatamente con l’amato, il sonno la trascinò via, cullandola nella meravigliosa idea di un futuro ormai roseo.

Non avrebbe potuto accorgersi del raggio di sole che, filtrando attraverso la lente dell’occhiale, andava a colpire ripetutamente l’angolo sfilacciato dell’asciugamano in fibre naturali di cocco e cotone. Non avrebbe nemmeno potuto presagire ciò che quel raggio era in grado di fare e come, un fattore così benevolo, potesse trasformarsi in qualcosa di così orrido.

L’incendio divampò all’improvviso, senza lasciare tregua e senza dare scampo, cancellando in un mucchio di cenere ogni speranza.

© 2015 di Irma Panova Maino

Schiuma

Sento le bollicine schiudersi sulla superficie del derma, dandomi la sensazione carezzevole di essere sfiorata da mille mani. Mille dita compiacenti che mi toccano appena, rotolando lievi.

Microscopiche mani che si insinuano ovunque, rilasciando la fragranza dell’essenza racchiusa nella schiuma, profumando l’aria fino a coinvolgere i miei sensi in notti esotiche, ricche di piaceri infiniti.

Nuvole eteree che galleggiano sull’acqua coprendo ogni cosa, ogni imperfezione, ogni segno, ogni possibile anomalia, vera o presunta che sia.
Un mare infinito di bianco candore iridescente che scoppietta felice, cercando il contatto con la pelle, incollandosi a essa, sollecitandola, stuzzicandola, rendendola più sensibile.

E il desiderio per quella consistenza effimera diventa un bisogno acuto, quasi un’ossessiva ricerca di quella solidità che non c’è e che porta al sospiro, alla rassegnazione.

La schiuma scivola avanti e indietro seguendo l’ondeggiare del corpo, riempiendo gli spazi con il bianco occhieggiare delle bollicine minuscole, continuando a scoppiettare allegra, senza portare quella soddisfazione che l’animo anela.

Il soffio delicato le spinge via, facendole librare nell’aria per quell’attimo necessario affinché si vedano in tutta la loro magnifica mancanza di essenza, come fiocchi di neve che scendono lievi dalle coltri spesse e dense di nuvole cariche di suggestione.

Esco, decido di andarmene dalla massa che ancora mi attira a sé, lasciando che scie di denso candore scorrano lungo il corpo, continuando a sfiorarmi la pelle.

Per un momento rimango incantata, inseguendo la coda di queste piccole comete palpitanti godendomi ancora la sensazione che sanno procurami, senza altro pensiero che non sia vederle sciogliersi verso la propria distruzione.

E segretamente gioisco, crudele e malvagia, considerando che non hanno fatto altro che servirmi, procurandomi esattamente le sensazioni che ricercavo, persino la frustrazione.

Mi avete servito bene, piccole perle, avete compiuto il vostro dovere e ora liberatemi della vostra presenza, così che io non debba passare la prossima mezz’ora a liberare la vasca dalla vostra consistenza.

E mentre afferro con indifferenza l’asciugamano, ormai dimentica dell’oasi di piacere di cui ho appena goduto, uno sbuffo dispettoso, rimasto inaspettatamente aggrappato ai capelli, scivola sul viso, finendo direttamente nell’occhio.

La vendetta si compie con quell’unico inconsistente fiocco di schiuma. La rivalsa del niente contro colei che, ingrata, ha goduto senza dare.

© 2015 di Irma Panova Maino

La stanza

Eppure avrei dovuto essere sola.
Non avrei dovuto avere compagnia di alcun genere e la scommessa avrebbe dovuto pormi in questa stanza, al buio, con me stessa come unica persona presente, resistendo nell’oscurità per 48 ore filate.

Allora perché sento il respiro? Quel lieve ansimare che fa drizzare i peli sul collo e m’increspa la pelle?

Ho chiamato, allungato le mani nel tentativo di afferrare quel qualcosa che ho sentito sempre alle mie spalle. Ho cercato e supplicato, ma l’unica cosa che continuo ancora a percepire è quel respiro che non mi da tregua. E pare sollecitarmi a rispondere, a comprendere la sua esistenza. Tuttavia non so come fare, non so come avere quel minimo di luce che mi permetterebbe di vedere, di dare una forma a questa sorta di inquietudine.

Non saprei nemmeno dire se mi spaventa o se semplicemente mi preoccupa, ma vero è che non dovrebbe esserci. In un primo momento avevo pensato a uno spiffero, un refolo d’aria che penetrava attraverso qualche spiraglio che non era stato sigillato a dovere, ma non ho trovato nulla che potesse avvalorare la mia tesi. Sicuramente, non è una corrente.

Il mio istinto lo sa. Intuisce che qualcosa continua a muoversi alle mie spalle, respirando su di esse, lasciando che le mie orecchie colgano quel rumore così lieve da essere a malapena percepito.

Il mio istinto mi ammonisce, m’intima di non voltarmi, di non cercare la fonte e l’origine del respiro. In alcune culture, avvertire una presenza alle spalle rappresenta la consistenza della Morte che annuncia la tua ora ed essa diviene concreta nel momento in cui ti volgi per soddisfare la curiosità.
Così come la moglie di Lot, che venne trasformata in una statua di sale nel momento in cui volle vedere che cosa stava capitando alla sua amata Sodoma, così avverto la necessità di non indagare troppo a fondo.

Eppure questa cosa respira e respira ancora.

* * *

“Accidenti, ma come diavolo è morta? I produttori mi avevano assicurato che non c’era pericolo!”

L’uomo, responsabile di quell’insolito reality, si volse verso l’assistente picchiettando con decisione un dito sul monitor, il quale trasmetteva l’immagine di una stanza completamente illuminata, in cui era stata ospitata la protagonista dello show fino alla sua improvvisa dipartita.

“Com’è morta? Che cazzo ne so! Ma ha smesso di respirare!”

© 2015 di Irma Panova Maino

La mia eternità

Vedo il tempo scorrere lento, fra le spire agognanti della mia solitudine. A nulla valgono le anime che mi circondano, tetri spettri di una vita che fu. A nulla serve quel lamento infernale che riecheggia nelle tenebre.

Sono solo. Solo come l’alba che ogni giorno illumina la vita e solo come il tramonto che precede la notte. Solo nel silenzio irriverente in questo luogo infame.

A nulla è servito l’amore, il desiderio, la speranza… Lei mi sfugge ancora. Lei ama a metà e nessuna delle due parti sono io.

Sono solo un’icona, il simbolo di ciò che non è vita, che non è calore, che non è la follia indecente racchiusa in quel sentimento conturbante che porta gli uomini sull’orlo del baratro. Attimo dopo attimo resto immune al passare del tempo, immobile nello scorrere delle ere, inamovibile come il monte che mi grava addosso, facendomi sentire il peso della sua ombra.

E tu, lassù… fratello ingrato, quante volte hai rivolto il tuo sguardo verso il basso, cercando il mio fra questi gironi immondi. Sono il solo a comprendere queste anime perse, il solo a sapere cosa voglia dire portare il marchio eterno, le catene che legano e strangolano e ti scagliano in quel desiderio terribile che non verrà mai soddisfatto. Prigioniero e carnefice allo stesso tempo, schiavo e padrone del medesimo fato.

Raccolto nel mio intimo per non cedere e non credere che vi sia esistenza migliore. Ma io so… so che esiste altro. E il fatto di sapere non consola, non lenisce, non guarisce, porta solo ad altra follia.

Inchiodatemi qui, alla mia croce pagana, al mio ceppo sacrilego! Datemi la dignità nella morte! Ma non lasciatemi ancora agonizzare in queste spire senza fondo, in questo marasma senza fine. Il mio dolore è il dolore degli uomini. Le mie lacrime sono le lacrime degli esseri che vivono e respirano e gioiscono e soffrono, prima di approdare qui. Perché dunque il mio destino è uguale al loro?

Se Dio sono, dove sono i miei privilegi, la mia divinità? Dove la mia magnificenza, la mia eternità? Che cosa mi rende un Dio? Cosa mi eleva al di sopra del comune mortale?

Non sono niente. Sono solo ombra e polvere, tenebra e disperazione. Sono solo sospiro e morte, afflizione e pena. Sono solo illusione e sconforto, inganno e dannazione.

Sono solo, eternamente solo.

© 2015 di Irma Panova Maino

La maledizione

Frammenti di vetro che spuntano dalle carni come gioielli preziosi, come diamanti che riflettono la tenue luce di un giorno che va spegnendosi, moltiplicando all’infinito le innumerevoli ferite di cui è cosparso il corpo.
Sangue che cola a lenti rivoli dalla carne slabbrata, spezzandosi sui bordi frastagliati, mentre si specchia in quelle superfici lisce che ne accentuano il rossore.

Il dolore diventa profondo per quest’anima fatta a pezzi, per l’essere che fu e che non è più e mai più sarà ciò che era.

Ti dissi allora che avrei messo a nudo la tua essenza, che nessuna maschera ti avrebbe protetto dall’immagine che sarei stata in grado di farti vedere. Ti dissi che era la mia maledizione e che chiunque si fosse attardato a guardare più a fondo nei miei occhi, avrebbe alla fine trovato se stesso e la natura celata dietro alle convenzioni, ai timori, alle incertezze…

Ti dissi che non vi era scampo dal fato, che nulla avrebbe potuto salvarti nel momento stesso in cui avrebbe prevalso l’incoscienza e tu avresti guardato, in cui non avresti potuto resistere e il tuo sguardo si sarebbe incatenato al mio.

Mi hai deriso. Hai detto che volevi osservare che cosa si nascondesse dietro alle mie iridi, che cosa vi fosse nel fondo della mia anima e che volevi comprendere quale fosse la mia reale natura. Non ti mentii allora e non l’ho mai fatto in nessun altro momento. Sul fondo di quelle iridi avresti visto te stesso, non avresti trovato me.

Questa è la mia maledizione, il mio dono oscuro, la capacità di far vedere alle persone ciò che realmente sono, spogliate di tutti i paraventi, i segreti, le facciate precostituite.

Io sono lo specchio. Io sono colei di fronte alla quale ogni menzogna viene svelata, ogni sotterfugio scoperto, ogni artificio distrutto. Io sono la vera immagine dell’IO che si riflette, la reale essenza di chiunque abbia la sfortuna d’imbattersi nei miei occhi. Io sono tutto ciò che ognuno cerca di nascondere nel profondo di sé stesso, sperando di non dover mai fare i conti con esso. Questa è la verità e lo sai. Questo è tutto ciò che posso fare.

Tuttavia non ho chiesto io il sangue e non ho preteso io che l’anima, spogliata di tutto, venisse a morire su questa cornice. Non posso raccontare una storia diversa solo per salvare la pelle di entrambi e non posso fare finta che tutto questo non uccida anche me. Per ognuno che non accetta la verità, io vado in frantumi, mi disintegro nei mille pezzi che poi esplodono ferendo la carne. Finisco in schegge acuminate che incidono e tagliano e creano ferite indelebili, rimanendo impresse nella memoria della pelle.

La verità mi lega a colui che guarda e mi costringe a condividerne il destino, poiché più a fondo guardi e più profondamente sveli il mio arcano e questo destino condiviso crea quel legame che mi porta a condividere il fato. Vorrei poter fare a meno di tutto questo, vorrei non portare un potere simile, non è né divertente né appagante, è solo maledettamente doloroso.

Porto sotto la pelle tutte le ferite di coloro che non hanno saputo resistere, di tutti coloro che hanno voluto vedere, pensando che non potesse essere così tragico specchiarsi, che non potesse essere reale una predisposizione del genere e, come Cassandra, continuo a mettere sull’avviso gli ignari, sapendo bene che non verrò creduta e che nessuno terrà da conto i miei avvertimenti. Nemmeno tu lo hai fatto e adesso se tu cedi, porterai i mille pezzi di me nella tua carne, conficcati profondamente nella tua anima. Se tu cedi, ucciderai anche me.

A te la scelta.

© 2015 di Irma Panova Maino

La lama

Racconto tratto da 7 giorni di follie. Vincitore dell’evento di giugno.

La prima volta che toccai una lama ebbi un fremito e non nego nemmeno che fosse di piacere. Non so quale mancato istinto di conservazione mi spinse a prendere in mano un coltello, ma non appena lo afferrai, per il manico ovviamente, provai l’irrefrenabile desiderio di passare i polpastrelli sulla lama. Acciaio, freddo, cromato, affilato… mi tagliai.

Ed era abbastanza logico immaginare che non sarebbe potuta andare diversamente, data l’inesperienza nel maneggiare un attrezzo pericoloso. Istintivamente appoggiai la lama sulla ferita, percependo il contrasto fra il calore del sangue e il gelo del metallo, quella sensazione mi diede un sollievo che non pensavo potesse esistere.

Nulla era riuscito a farmi provare un’emozione del genere. Nulla avrebbe potuto emulare quel turbamento dato da quel primo incontro. Non era stato il taglio in sé, non il bruciore o l’imbarazzante inadeguatezza nel rendermi consapevole del fatto che non ero avvezzo ai coltelli, era stata quella meravigliosa sensazione d’onnipotenza che mi aveva colto nel comprendere le reali potenzialità di quel mio nuovo gelido alleato. Nessun rimorso, nessun pentimento, solo il freddo lavoro di lama. Come una distesa artica, poteva donare bellezza nonostante la desolazione polare, una bellezza eterna, libera dagli schemi preconcetti e da qualsiasi limite dato dalla concezione umana.

Nonostante i cerotti, provai nuovamente a “sentire” sotto le dita la sensazione che il metallo donava ai miei sensi… e mi tagliai di nuovo. Non potevo resistere, non potevo esimermi dal toccare quella parte che continuava a baluginare dentro i miei occhi, arrivando direttamente ad accarezzarmi l’anima. Dovevo poter sentire quanto fosse fredda, quanto potesse essere pronta a soddisfare ogni mio oscuro desiderio.

E la punta… ah la punta è riuscita quasi a procurarmi un orgasmo. Sottile, dura, gelata e invitante! Pareva quasi la catarsi del mio esistere, la purificazione del modo inutile in cui trascorrevo le mie giornate, senza capo né coda. Per quanto potesse essere freddo il materiale, riusciva in ogni caso a scaldarmi il cuore, a pormi in quella condizione d’estasi in cui la realtà svaniva lasciando il posto alla fantasia.

E allora accarezzavo la lama gelida, ormai attento a non procurarmi nuove ferite, lasciando che il tatto godesse di quella mancanza di calore, mancanza di vita, mancanza di rotondità. Solo freddo e duro metallo, pronto per far scaturire nuova linfa, attingendo da altre fonti e reclamando ciò che non avrebbe mai potuto essere: vivo e caldo.

Forse è per questo che amo le lame, perché sono come me, perché sulle loro superfici si riflettono le perversioni umane, la colpevolezza degli uomini. Forse è per questo che gioco con le lame, perché attraverso la loro freddezza sanno donare colore e calore.

Per sempre vostro, Jack

© 2015 di Irma Panova Maino

L’appuntamento

Era lì, sotto la pensilina, a malapena riparata da quella pioggia sottile che caratterizzava il tempo autunnale. L’umidità penetrava attraverso i tessuti, inumidendoli e ghiacciando le ossa.

Come ogni sera arrivava intorno alle dieci e mezza e si fermava nel solito angolo, in fondo sulla destra, nel gabbiotto della fermata dell’autobus, aspettando quel mezzo che l’avrebbe riportata a casa. Come sapevo che andava a casa? Perché più di una volta l’avevo seguita, avevo calcato le sue stesse orme, calpestato lo stesso selciato ed ero giunto davanti al portone di quella bassa palazzina a due piani in cui abitava.

Lei sapeva, mi aveva visto, riconosciuto dopo la prima volta che, avendo preso coraggio, mi ero avventurato dietro di lei, cercando di comprendere che cosa mi attirasse tanto di quella donna. Donna? Non dava l’idea di essere particolarmente in là negli anni, forse poteva averne trenta, trentacinque al massimo, anche se l’aria dimessa, timida, un po’ sciupata, non le rendevano giustizia.

E non era nemmeno questa gran bellezza. I capelli biondi avevano la stessa opacità della stoppa e forse anche la stessa consistenza; più di una volta aveva dimenticato l’ombrello e le ciocche le pendevano, rilasciando enormi goccioloni sul tessuto impermeabile dello spolverino grigio che normalmente usava, spuntando da sotto quel ridicolo cappellino da pescatore, grigio anch’esso. E quando non pioveva, e la temperatura lo permetteva, la sua capigliatura testimoniava il disperato desiderio di un parrucchiere, che desse almeno un taglio decente a quella chioma incolta.
Quindi non erano stati i capelli ad attirare la mia attenzione.

Sicuramente nemmeno il corpo.
Per quanto non fosse mai stata abbastanza scoperta da lasciare intravedere le forme, ciò che si intuiva, da quel poco che si vedeva, lasciava alquanto a desiderare.

Portava sempre delle gonne a quadri, in stile scozzese, con dei colori che andavano dal marrone al beige, miste a delle punte di verde; quelle sottane arrivavano fin sotto al ginocchio e il resto della gamba metteva in mostra un polpaccio abbastanza magro e striminzito. Quindi niente di particolarmente tornito e accattivante. Inoltre usava dei mocassini che toglievano ogni pretesa di femminilità a un essere che gridava pietà già di suo.

Allora cosa?
Forse il viso… ecco, sì. Credo che sia stato il viso a farmi accorgere della sua esistenza.

Un volto che, per quanto un poco smunto, riusciva a mettere in risalto gli occhi e la bocca. Occhi scuri come le tenebre più fitte di una notte senza luna e labbra piene e carnose, pronte a riportare alla memorie visioni voluttuose, cariche di una sensualità strabiliante. Soprattutto sorprendente, visto il personaggio.

Quindi ancora una volta mi trovavo dall’altra parte del marciapiede, semi nascosto dall’androne del portone nel quale normalmente mi rifugiavo per spiarla, sapendo che lei era al corrente del fatto che fossi lì, anche se non aveva mai voltato lo sguardo nella mia direzione.

Quindi come facevo a essere così certo che lei sapesse? Per quel sorriso appena accennato che le curvava le labbra, quella piega ironica che sembrava volermi invitare a osare, la postura languida del suo corpo ossuto e magro.

L’avevo sognata, non riesco nemmeno a negare l’evidenza che mi coglie ogni volta che ripenso a lei e l’eccitazione che mi porta a diventare febbrile, quando si avvicina il momento del solito appuntamento serale. La desidero, più di quanto io abbia mai desiderato una donna. E la bramo a tal punto che sarei disposto a correre qualsiasi rischio pur di riuscire a toccarla. Allora perché non mi decido? Perché semplicemente non attraverso quel maledetto tratto di strada che mi divide da lei e non le vado incontro, salutandola e rivolgendole qualsiasi frase che possa aprire un dialogo? Perché rimango qui, ogni sera, racchiuso nella mia ombra, sperando che sia lei a compiere quel gesto che io non riesco a fare?

Non lo so perché, me lo sono chiesto molte volte, me lo sto domandando da tre mesi a questa parte, quando, alla fine dell’estate, per la prima volta l’ho vista sotto quella pensilina.

Quel primo giorno di settembre ero uscito tardi dall’ufficio e stavo rincasando stanco e nervoso dalla giornata carica di problemi che avevo affrontato. Non ero dell’umore giusto per accorgermi di una femmina e non ero nemmeno sufficientemente attento per rendermi conto che lei era lì, in quella sua solita postazione.

Che cosa avesse improvvisamente attirato il mio sguardo, che cosa mi abbia fatto sollevare la testa, ancora oggi non lo saprei identificare, ma fatto sta che all’improvviso, il mio sguardo aveva abbandonato il granulato del cemento con cui era stato ricoperto il marciapiede, nonché la punta delle scarpe che ritmicamente apparivano nel mio campo visivo ed era volato verso l’altra parte della strada e verso la fermata dell’autobus, a malapena illuminata da un lampione poco distante. E più mi avvicinavo, percorrendo parallelamente il tratto in cui era lei, più i miei occhi faticavano a staccarsi dalla sua figura, fino alla ridicola situazione che mi poneva in una contorsione dolorosa, nella quale il mio collo sembrava sul punto di svitarsi. Inutile dire che ero tornato sui miei passi, giusto in tempo per vedere arrivare l’autobus sul quale era salita, sparendo dalla mia vista.

Da quella prima sera ero tornato tutti i giorni e tutte le volte in cui ero arrivato, se non era già sul posto, sembrava apparire da un momento all’altro, proprio in quell’unico attimo in cui accadeva qualcosa che mi costringeva a distogliere l’attenzione. Qualcosa come una macchina che passava all’improvviso, un temporaneo black out dell’unico lampione che riusciva a illuminarla… oppure un pipistrello che decideva di lanciarsi in picchiata proprio nel punto in cui sostavo… e quella del pipistrello era avvenuta la volta in cui avevo fermamente deciso che non le avrei staccato gli occhi di dosso.

Volevo vedere da che parte arrivava, volevo sapere qualcosa in più su di lei, ma per quanto io mi sia sforzato, alla fine tutto ciò che possedevo era il suo indirizzo. Certo, non era un fattore da sottovalutare, ma non ritenevo che potesse essere sufficiente per un primo approccio.

Tuttavia ormai ero ossessionato da lei, pazzo di desiderio alla stessa stregua di un maniaco o di un pervertito ed ero fermamente deciso a compiere quel passo che mi avrebbe condotto da lei.

Tentai di muovere i piedi, ma parevano essersi incollati al marmo dell’androne. Provai e riprovai fino a quando finalmente riuscii a strisciare per una decina di centimetri in avanti, uscendo quasi dal portone. Mi ero talmente concentrato sull’atto d’infondere energia nei miei arti inferiori, da non essermi nemmeno reso conto di aver distolto gli occhi da lei e quando rialzai lo sguardo, orgoglioso del mio misero traguardo, la sorpresi intenta a fissarmi.

Per la prima volta mi guardava direttamente negli occhi, apparentemente interessata ai movimenti. Rimasi raggelato. Cosa dovevo fare, sorriderle? Farle un cenno con la mano? Oppure sarebbe bastato un ammiccamento?
Non feci nulla, di nuovo rimasi inebetito a fissarla, rimanendo raggelato dalla sua fissità e dal fatto che non dava alcun segno che mi facesse sperare in un’apertura. Se solo avesse mosso un dito, sarei schizzato dall’altra parte con la stessa velocità fulminea di una saetta.

Restammo a fissarci da una parte all’altra della strada, con la pioggerellina uggiosa che continuava a stendere la propria coltre umida su entrambi. E proprio quando ormai stavo per perdere qualsiasi speranza, quando ormai stavo per maledirmi a vita, insultando tutta la genealogia che mi aveva trasmesso un patrimonio genetico così debole, lei finalmente fece qualcosa di totalmente inaspettato. Un gesto così inusuale e straordinario da costringermi a strizzare gli occhi per timore che fosse soltanto un’illusione dovuta dalle mie frustrazioni. Tuttavia, quando risollevai le palpebre, lei sorrideva ancora.
Sorrideva a me.

Il respiro parve bloccarsi nella gola e il cuore ebbe un fremito tale da provocarmi una sensazione di disagio. Avevo come la sensazione che l’organo sarebbe potuto anche scoppiare, se avesse continuato a fibrillare in quel modo.

Non poteva essere, non era possibile che stesse sorridendo proprio a me!
Eppure era esattamente ciò che stava accadendo e quelle labbra si aprirono in modo così sensuale, da farmi pensare a ciò che avrei voluto fare con esse.
Le gambe si sbloccarono e io tornai a essere il padrone assoluto e incondizionato dei miei arti, mossi ancora un passo e poi un altro e proprio nell’attimo in cui la punta della mia scarpa destra sfiorò il bordo del marciapiede, un movimento ai margini del mio campo visivo attirò la mia attenzione. E non solo la mia.

La vidi voltarsi verso destra nello stesso istante in cui lo feci io. Girammo il capo con una sincronizzazione che sarebbe apparsa persino ridicola, se non fosse stato per il disappunto che mi colse non appena compresi a cosa era dovuta la mia distrazione.

Un uomo.
Un perfetto estraneo si stava avvicinando a lei a passo spedito, con il cappotto lungo che gli avvolgeva le gambe, le mani in tasca come a voler sembrare indifferente e innocuo e lo sguardo che non sembrava essersi accorto di lei.

Tuttavia, dal momento che puntò proprio direttamente verso la donna ferma sotto la pensilina, era fin troppo evidente che sapesse della sua presenza. Rimasi indeciso, dovevo raggiungerla e fare finta di conoscerla, in modo che lo sconosciuto non si avvicinasse troppo? Oppure dovevo tornare a ritirarmi nell’ombra e aspettare di vedere che cosa sarebbe accaduto?

Istintivamente tornai sui miei passi e prima ancora di rendermene conto, finii di nuovo nel mio androne. L’uomo era ormai arrivato fino a lei e le stava parlando. Da dove ero nascosto non potevo udire che cosa si stessero dicendo, ma l’atteggiamento di lei lasciava intendere un certo nervosismo. Pareva quasi sul punto di spiccare un balzo e fuggire via.

Eppure in pochi attimi tutto parve precipitare, tutto si capovolse e parve sgretolarsi insieme a una realtà ormai totalmente distorta. Lui estrasse un coltello a scatto da una delle tasche e lo puntò con decisione verso di lei.

Oh cielo… non aveva l’aria del delinquente! Non sembrava uno di quei personaggi da incubo che popolavano le cronache nere… eppure la lama nella sua mano brillava in modo inequivocabile. Ero già pronto a precipitarmi verso di lei, quando ancora una volta tutto parve ribaltarsi. Come se qualcuno avesse deciso di infilare la realtà dentro a un frullatore, ciò che pensavo non aveva nulla a che vedere con quanto stava accadendo. Se avevo erroneamente creduto che fosse lei la vittima, in pochi secondi lei aveva distrutto ogni mia convinzione.

E l’uomo non poté niente contro quelle zanne che gli vennero conficcate nella giugulare, squarciandogli la gola. Il serramanico cadde tintinnando sul marciapiede, riempiendo di echi sinistre il silenzio della notte.

Rimase solo lei. Lei con la bocca ancora incollata alla carne dello sprovveduto. Lei che, nel mentre si cibava con evidente gusto, si voltò contorcendosi intorno all’uomo e puntò di nuovo i suoi occhi su di me.
Ora sapevo e ciò nonostante, non smisi mai di arrivare ogni sera al mio appuntamento, aspettando il mio turno.

© 2015 di Irma Panova Maino

Inatteso

Sfogliavo le pagine di facebook pigramente, lasciandomi pervadere da una velata noia, cercavo qualche nuova bacheca in cui poter pubblicare la copertina del mio nuovo libro e quelle che trovavo le avevo già visitate più volte. Sbuffai.

Niente di nuovo, niente che non abbia già visto ed abbia già percorso e, mentre giocherellavo, curiosando fra le pagine preferite da altri, improvvisamente un nome solleticò la mia curiosità: la rivista dell’immortale. Senza nemmeno rendermene conto volai attraverso il web e mi ritrovai ad osservare con attenzione la pagina dedicata al nominativo che avevo visto.

Ehi! Pensai animandomi all’improvviso. Una rivista dedicata al settore, specializzata nel genere che trattavo nei miei romanzi: il sovrannaturale. Personalmente ero un’appassionata scrittrice di racconti basati su vampiri e licantropi, ma avevo anche spaziato nel mondo dei demoni e degli elfi, tuttavia succhiasangue e palle di pelo erano ancora i miei protagonisti preferiti, attratta com’ero stata, fin da piccola, da quella loro natura selvatica e dominante. Ovviamente sapevo che le mie erano solo le fantasie di un’adolescente, che se l’era portate dietro fin nell’età adulta, ma sognare non era ancora proibito e lasciare correre la fantasia nemmeno. Quella rivista faceva al caso mio!

Senza pensarci due volte lasciai un messaggio in bacheca, in cui chiedevo se mi fosse stato possibile pubblicizzare il mio libro tramite loro. Non sapevo chi c’era dietro quella pagina e per non sbagliare avevo utilizzato il plurale. Una volta compiuto il mio dovere auto promozionale, mi rilassai sul divano e ricominciai a vagare nel social network, dimenticandomi per il momento della scoperta. Era tardi, l’ultima volta che avevo guardato l’orario erano le due passate di notte, quindi non mi aspettavo davvero che qualcuno rispondesse in modo così tempestivo e quando apparve il segnale che m’indicava che era appena arrivato un messaggio pubblico, rimasi piuttosto sorpresa. Chi diavolo era sveglio a quell’ora? A parte me, naturalmente. Qualcuno della rivista mi aveva appena risposto che era ben lieto di pubblicare il nostro libro.

Nostro? Pensavo che si stesse sbagliando, ma il messaggio successivo, questa volta privato, mi lasciò piuttosto perplessa. Il personaggio che mi stava rispondendo e che aveva creato un proprio identificativo, firmandosi appunto l’Immortale, mi chiedeva informazioni più specifiche sul mio libro, dal momento che intendeva inserirlo nel prossimo numero della rivista. Il tutto condito con un voi piuttosto arcaico. Rimasi a fissare il computer per qualche secondo, senza riuscire a decidermi se ridere o prenderlo per matto. Alla fine, la necessità di trovare nuovi sbocchi in cui riuscire a pubblicizzarmi ebbe la meglio.

Così gli risposi. Gli diedi tutte le informazioni che mi aveva chiesto e dal più confidenziale tu, che si usa normalmente, ero già passata ad un più educato lei. Ma non era ancora sufficiente, mi accorsi, nella risposta successiva, di essere passata anch’io ad un voi arcaico. Ci scambiammo vari messaggi in cui decantavo comunque la rivista, dal momento che la trovavo veramente interessante, chiedendogli informazioni in merito alla prossima uscita, alle scelte editoriali e la possibilità di essere mantenuta aggiornata in merito. Mi rispose sempre con una cortesia trattenuta, appena accennata, mai fuori dalle righe, mai inopportuno. Gentile quanto bastava per farmi capire che era discretamente contento che qualcuno s’interessasse, ma mai entusiasta per aver acquisito un nuovo lettore.

Tuttavia mi piacque. Mi piacque quella discrezione, quella continua pacatezza che traspariva così evidente dal modo di scrivere, dalla scelta delle parole, dalla costruzione delle frasi. Non un punto esclamativo, niente faccine anche quando lo avevo fatto sorridere, piuttosto aveva messo fra due asterischi la parola sorride, per indicarmi che era rimasto compiaciuto… insomma nulla di quell’euforia, a volte esagerata, che normalmente sottolineava i discorsi fatti in rete. Alla fine, quando ci salutammo, erano già passate le tre.

Caspita, così tardi?! Stavo già per ricominciare a girovagare per il web, quando giunse un nuovo messaggio abbinato alla rivista che avevo in effetti condiviso sulla mia bacheca, da parte di un altro nottambulo che, come me, evidentemente non riusciva a prendere sonno. Questi mi chiedeva chi diavolo fosse l’Immortale. A grandi linee tentai di spiegarlo, ma mi resi subito conto che era fiato sprecato, tanto il personaggio non avrebbe capito ed io non avevo alcuna voglia di lanciarmi in divagazioni inutili e solo perché lui era insonne. Con mia grande sorpresa mi giunse un nuovo messaggio privato, proprio dall’Immortale in persona. Aveva seguito lo scambio di battute che era intercorso fra me ed il Nottambulo e mi stava fornendo delle spiegazioni che non era assolutamente tenuto a dare. Nel giro di pochi minuti ci scambiammo delle impressioni che allinearono in qualche modo il mio punto di vista con il suo… o il contrario, non avrei saputo dirlo, ma improvvisamente avvertii una strana affinità con quel personaggio, una strana empatia positiva che mi spingeva a voler comunicare ancora.

Mi chiese perché scrivevo di vampiri ed io tentai di spiegargli che ero sempre rimasta affascinata dalle creature , fin dalla più tenera età. Cercai di fargli capire la sensazione di struggente perdita che aveva provocato in me il Nosferatu di Klaus Kinski, oppure la dannazione del Dracula interpretato Gary Oldman, oppure ancora la triste sensualità di quello interpretato da un giovane Frank Langella, tentai di esprimere la mia totale ed incondizionata solidarietà per una creatura privata del proprio diritto di vivere e morire. Mi chiese se mi piacevano anche i licantropi nello stesso modo, ed io obbiettai che il licantropo era molto più terreno, molto più vitale nelle proprie scelte, più selvaticamente erotico proprio per il lato animale che scatenava fantasie proibite, ma nulla aveva a che vedere con il desiderio struggente del vampiro verso la vita. Passammo le successive due ore senza nemmeno renderci conto dello scorrere del tempo e poi, d’un tratto, mi chiese scusa, mi disse che aveva ancora del lavoro da fare e, salutandomi con una cortesia infinita, mi diede la buonanotte e chiuse le comunicazioni. Per tutto il tempo avevamo comunicato mantenendo intatto quel voi che mi aveva così colpita all’inizio.

Il giorno dopo andai a curiosare nel suo profilo e lo scoprii subito blindato, non vi era alcun accesso alle sue informazioni personali e la pagina dedicata alla rivista, riportava informazioni inerenti la pubblicazione e nient’altro che potesse richiamare qualcosa di più indicativo. Rilessi quanto avevamo scritto quella notte e mi resi conto di provare un brivido piacevole nel leggere le sue domande e le sue risposte, ad un certo punto aveva persino iniziato a lasciarsi andare, regalandomi qualche stralcio di sottile umorismo, sempre appena accennato. Fu quasi con gioia che accolsi il suo messaggio serale, in cui mi chiedeva come stavo. Gli risposi subito, rendendomi conto che non avevo atteso altro per tutta la giornata. E quando iniziò ad avvicinarsi l’alba e lui mi salutò di nuovo, sempre mantenendo quel riserbo che gli era tipico, mi accorsi, rileggendo nuovamente la conversazione, che gli avevo praticamente raccontato la storia della mia vita. Passo dopo passo, era riuscito a farmi dire più di quanto io avessi mai svelato ad un perfetto estraneo, oltretutto in chat.

C’era da premettere che odiavo le chat, odiavo tutti i social network e odiavo tutto quanto portava la gente a comunicare esclusivamente attraverso una tastiera ed un monitor anonimo. Mi erano sempre piaciuti i rapporti diretti, in cui le espressioni vocali avevano la stessa fondamentale importanza della tonalità con cui venivano pronunciate. L’interazione personale dava modo di capire, al di là della conversazione pura, ciò che realmente l’interlocutore ambiva condividere. Bastava un cenno con le mani, una tensione delle spalle, un irrigidimento dei muscoli facciali, vi erano tante indicazioni puramente fisiche, che completavano la comunicazione stessa, che non potevano in nessun modo trasparire dal monitor. Tuttavia, nonostante questo, ciò che ci eravamo scritti trasmetteva delle sensazioni molto vivide, molto reali. Emozioni che scaturivano da ogni frase, dalle parole accurate e da quel voi che improvvisamente era diventato più intimo e coinvolgente di un tu più spartano.

La terza sera rimasi profondamente delusa, non mi mandò alcun messaggio e quando tentai, con una scusa banale, di comunicare con lui, non ottenni risposta. Tutto pareva tacere e quella tastiera rimase praticamente inerme per tutta la notte. Non risposi agli inviti degli amici a conversare, non girai da nessuna parte, non feci nulla se non rimanere con la pagina aperta sulla chat privata, con la speranza di scorgere un cenno da parte del mio personaggio misterioso che si firmava l’Immortale. Lessi e rilessi quanto avevamo scritto fino a quel momento e man mano che procedevo nella lettura, mi divenne sempre più evidente il fatto che lui si esprimeva senza alcuna fatica, in quel modo arcaico che mi era ormai così famigliare. Come se non avesse fatto altro per tutta la vita, che utilizzare certi termini vetusti e costruire le frasi con uno stile quasi medioevale. Non c’era alcuna incertezza, alcuna titubanza. Ricordavo alcuni passaggi in cui io avevo impiegato un certo tempo nel dover rispondere, dal momento che alcuni concetti, tipicamente moderni, non trovavano un facile riscontro nel doverli esprimere con metodi più antichi. Come avrei potuto esternare un concetto come: viviamo nella merda e speriamo che la crisi finanziaria venga superata velocemente, prima di fare la fine della Concordia?   

Come, dovendo utilizzare uno stile dantesco? Quando alla fine ero riuscita a mettere insieme alcune frasi, che mi parvero piuttosto buone, quanto meno da un punto di vista stilistico, lui mi rispose immediatamente, nel giro di pochi secondi, riuscendo a disquisire sul fatto che la nostra precisa epoca storica, travagliata e ricca d’incertezze, poteva portare solo ad ulteriori tensioni, le quali sarebbero sfociate in un malessere incontenibile. Ma solo rileggendo dopo il tutto, capii queste sottigliezze, questo suo modo di procedere spedito, su un terreno che era davvero congeniale a pochi. Se non fosse sembrato assurdo, avrei detto che le sue abituali espressioni nascevano proprio dall’utilizzo costante e continuo di un lessico ricercato, ma fuori dai tempi. Mi chiedevo se andasse dal salumiere e ordinasse due etti di prosciutto con lo stesso tono, ma probabilmente, forse, uno come lui non andava nemmeno dal salumiere, mandava qualcun altro.

Dunque arrivai alle sei del mattino totalmente insoddisfatta e profondamente delusa dal fatto che non si fosse fatto vivo, che non avesse scritto nemmeno una virgola e quell’amarezza divenne ulteriormente fastidiosa nel momento stesso in cui mi accorsi di quanto ero irritata per il suo silenzio. La mia rabbia si alimentava da sola. Cercai di dormire, ma ero talmente furibonda da non riuscire a trovare il rilassamento necessario per lasciarmi andare al sonno, mi giravo e rigiravo nel letto, tentando di scacciare i pensieri molesti e tentando soprattutto di non pensare alle motivazioni che lo avevano spinto a disertare la chat. Prima di venire finalmente abbracciata da Morfeo, riuscii comunque a formulare un pensiero ancora più molesto.

Com’era stato possibile che fossi diventata dipendente da uno schermo? Io che avevo sempre odiato quel mondo virtuale, in cui ognuno si nascondeva dietro all’anonimato fornito proprio dal mezzo di comunicazione, in cui ogni faccetta racchiusa nei quadratini dei profili poteva nascondere lo psicopatico di turno, come avevo potuto lasciarmi coinvolgere in quel modo? Che diavolo stavo facendo? Ma non ebbi risposte, non riuscii a darmele dal momento che piombai in un sonno agitato, confuso, ricco di incongruenze e personaggi folli.

Ciò che mi destò fu il suono del mio cellulare, il quale m’indicava che era arrivato un messaggio per me su facebook . Brontolando sottovoce scivolai fuori dal letto, cercando di non inciampare nelle coperte che mi si erano avvolte intorno, durante il sonno e sempre brontolando gettai un’occhiata astiosa al portatile che mi guardava beffardo dalla sua postazione al centro del tavolo. Vivere in un monolocale aveva decisamente i suoi vantaggi, tutto era a portata di mano e non era necessario fare i chilometri per raggiungere il bagno in caso di necessità urgenti. Mentre andavo a darmi una sciacquata alla faccia, non mi resi subito conto del fatto che il portatile era acceso, mi ero addormentata intorno alle sei del mattino, mi ero svegliata che fuori era già buio, quindi avevo dormito tutto il giorno e in tutto quel tempo il portatile avrebbe dovuto spegnersi ed entrare in modalità standby. Presi appunto della stranezza solo quando, sotto la doccia, improvvisamente la consapevolezza mi fulminò il cervello. Non era possibile, qualcosa non stava andando per il verso giusto!

Mi sciacquai rapidamente e nel giro di pochi secondi fui davanti a quel monitor che continuava ad osservarmi con aria sarcastica. Le icone dei messaggi lampeggiavano malefiche, riportandomi allo stato d’animo irritabile della mattina. Per un momento mi venne voglia di non aprire la tendina che avrebbe rivelato chi era colui che mi aveva cercata, per un momento rimasi lì, immobile, con il dito sospeso sopra il mouse, indecisa se togliermi ogni velleità o se farmi venire nuovi dubbi. Istintivamente gettai un’occhiata alle mie spalle per assicurarmi che fosse veramente buio e quando diedi finalmente uno sguardo all’ora, scoprii, e non senza un certo stupore, che erano quasi le dieci di sera. Il dito finalmente diede la giusta pressione alla leva che fece scattare il tasto sinistro del mouse a la tendina scese, aprendosi su quanti mi avevano cercato. Ben ventisette messaggi riempivano tutto il monitor e di quei ventisette, dieci erano dell’Immortale.

Non mi sedetti nemmeno, in piedi davanti alla scrivania, iniziai a farli scorrere febbrilmente, pervasa da una strana eccitazione. Mi sentivo lo stomaco annodarsi e dipanarsi nuovamente per poi tornare a torcersi in preda a spasmi incontenibili. Mi sentii come una scolaretta alla prima cotta, in preda alle prime pulsioni adolescenziali. Non riuscivo nemmeno a stare ferma e continuavo a spostare il peso da un piede e l’altro, tentando di scaricare in qualche modo la tensione. Cielo! Possibile mai che dovessi sentirmi come un’idiota?

Idiota o meno, divorai famelica tutto quello che mi aveva scritto, cercando di frenare la curiosità che mi spingeva a saltare a piè pari le parole, per raggiungere il messaggio conclusivo. Mi sentivo incontenibile, esageratamente sensibile ad ogni virgola. Tuttavia le sue comunicazioni erano sempre pacate, sempre misurate e sempre velate con quella sottile ironia che avevo imparato a riconoscere. Aveva iniziato col scusarsi per la defezione della sera precedente ed aveva tentato di spiegarmi, in modo alquanto generico, che alcuni impegni improvvisi lo avevano costretto a rimanere lontano dal suo appuntamento serale con me.

Appuntamento? Era questo, quello che avevamo? Da quando? Tuttavia mentivo a me stessa, anch’io ormai lo avevo considerato alla stessa stregua di un appuntamento, con la stessa serietà con cui si prendeva un impegno classico. Le successive comunicazioni vertevano più che altro sulle mie mancate risposte e via, via che procedeva, il tono diventava più laconico e sintetico. L’ultimo messaggio si limitava ad un punto in una stringa vuota, come ad indicare che aveva esaurito le sollecitazioni con cui mi pregava di rispondere e le scuse con cui aveva tentato di giustificare la sua assenza. Ora toccava a me. Era mio il compito di riannodare quel filo che si stava sciogliendo a causa del mio silenzio.

Capii, senza bisogno di spiegazioni, che da come avessi risposto, avrei dato una svolta a quel rapporto singolare, decretandone la metamorfosi. Era fin troppo evidente che non poteva più rimanere lo stesso, che entrambi, in qualche modo, ci eravamo impegnati a stabilire un contatto serale, uno scambio emotivo di pareri che non avevano fatto altro che intrecciare quel sottile filo che ci univa. Quindi cosa rispondere? Come fargli capire che ero irritata senza cadere nel ridicolo? Digitai semplicemente: “scuse accettate.”

Quindi levai l’accappatoio che nel frattempo si era infradiciato e, gettando continue occhiate al monitor, m’infilai al volo una maglietta che a malapena mi copriva le natiche nude. Pochi istanti dopo giunse la sua risposta:

“Pensavamo di avervi persa ed era intollerabile un simile tormento.”

Il cuore mancò un colpo. Parve fermarsi e ripartire con uno scatto accelerato che mi costrinse a portare una mano al petto, per timore che volesse saltare fuori dalla cassa toracica. Dio! Sembrava tanto una dichiarazione. Gli risposi che non era colpa mia se si era fatto inghiottire dalle ombre della notte e la sua successiva osservazione mi procurò un altro brivido. Mi chiese se avessi paura delle ombre. Dissi di no, quanto meno, normalmente no.

“E dei vampiri?”

Rimasi a guardare la domanda che risaltava sullo schermo, tentando di capire dove volesse arrivare. Alla fine negai anche questa opzione. Non potevo aver paura dei vampiri, li avevo sempre adorati, persino amati. Avevo tifato per loro nei film quando, alla fine, l’eroe di turno riusciva sempre a sterminarli. Come potevo provare timore per un qualcosa che aveva il potere di suscitare in me emozioni così forti?

“Siete sicura, mia dolce anima gentile, di non temere l’oscurità delle ombre e ciò che vi è celato?” Che razza di domanda era? Certo che ne ero sicura! Tuttavia iniziai ad innervosirmi, a chiedermi seriamente la motivazione di tutte quelle domande all’apparenza prive di senso.

“Mia signora, vi ho forse basito?” Certo che sì, ma non lo avrei ammesso, quanto meno non a lui. Inspirai forte per farmi coraggio e finalmente risposi: “Non ho paura dei vampiri. Nemmeno delle ombre!” E a voce alta aggiunsi un insulto, che serviva più che altro ad esorcizzare l’inquietudine che improvvisamente aveva iniziato a serpeggiarmi lungo la schiena.

“Tuttavia…”  Tuttavia cosa? Perché non terminava la frase? Lo scrissi utilizzando un linguaggio più appropriato, mantenendo uno stile simile al suo. “Siate meno criptico, in modo che io possa comprendere e possa darvi una risposta adeguata.” Per un momento parve non accadere nulla, abituata ormai com’ero a vederlo rispondere subito, quella pausa mi piacque poco.

“Tuttavia… il vostro abbigliamento discinto, scatena fantasie torbide.”

Inutile descrivere il gelo che sgretolò le mie ossa. Inutile tentare di spiegare lo scatto che compii voltandomi per vedere chi o che cosa avessi alle spalle. Ed ancora più inutile rivelare ciò che vi trovai.

© 2015 di Irma Panova Maino

Il nulla

Nasceva dal buio marasma del nulla. Un niente infinito che non sarebbe mai esistito se non vi fosse stato quel pensiero costante che, ogni notte, andava prendendo consistenza all’interno dei sogni.

Un sottile filamento che, attorcigliandosi su sé stesso, filo dopo filo, diventava ogni giorno più spesso e consistente. Una sorta di fune onirica che legava i pensieri a quell’unico nucleo, nutrendolo con la stessa sostanza incorporea di cui erano fatti i sogni. Un concetto che, da misero barlume iniziale, stava diventando sempre più solido e tangibile a causa delle frustrazioni e delle privazioni che venivano rinfocolate a ogni sogno infranto.

Il tutto era partito da un desiderio, da una necessità irrefrenabile che colmava l’inconscio d’insoddisfazioni, restando comunque ben celata nell’ancora avverso mondo reale. Un bisogno che veniva costantemente negato, dal momento che sarebbe stato inopportuno e controproducente, ma che non avrebbe potuto restare ignorato ancora per molto, non con quel legame che s’inspessiva, strattonando la coscienza ogni qual volta una frase, un gesto, una ricorrenza venivano dimenticati o elusi.

Persino le singole parole iniziarono ad alimentare quel “niente”, ogni più piccola sfumatura venne vagliata, soppesata e alla fine data in pasto alla sempre più famelica esigenza che il “nulla” aveva di palesarsi. Alla fine, anche i silenzi divennero un nutrimento sufficiente. Silenzi pesanti e solidi come macigni, talmente tanto corporei da affaticare il respiro.

Il “niente” valicò i confini del mondo onirico risvegliando istinti assopiti da tempo, stirò le rattrappite membra verso quella presa di coscienza luminosa che gli offriva nuovo sostentamento e mosse i primi passi verso l’orgoglio affranto.

Ed ecco che, ciò che si era a lungo celato nei meandri inconsistenti delle fasi REM, prese il sopravvento scuotendo la mente con vigore, fino a che i frutti non cominciarono a piombare verso il terreno con tonfi destinati a riverberare lungo tutto l’essere, espandendosi oltre i confini materiali dell’IO.

Il refolo d’aria, che a lungo aveva cullato la coscienza nelle notti caliginose e insonni, divenne prima vento e poi tempesta, arrivando a spazzare via ogni convinzione e ogni convenzione fino a quel momento riconosciuta. Il mondo onirico era diventato un luogo troppo ristretto per quella necessità impellente, una prigione soffocante che non poteva più contenere quel bisogno di libertà che la vita stessa imponeva, rifiutando con orrore l’inedia e la rassegnazione.

Il “nulla” divenne finalmente ciò che era destinato a essere fin dal principio, assunse la proprio identità con orgoglio e impose al mondo reale la propria ingombrante presenza, radendo al suolo le barricate poste dalle consuetudini radicate di un’esistenza spesa nel torpore e costruite da chi non poteva reggere al cambiamento.

E quando i testimoni, attoniti, gli chiesero il suo nome, cercando di ritrovare un equilibrio in quell’anarchia improvvisa, il nulla rispose con un sussurro gelido:

“Chiamami… Consapevolezza”.

© 2015 di Irma Panova Maino