Il matrimonio

In che modo comprendi che è giunto il momento e che è lui l’uomo della tua vita?
Quando, guardandolo negli occhi, ti rendi realmente conto che desideri passare il resto della tua esistenza con lui?

Forse quando te lo chiede.
Forse quando s’inginocchia platealmente davanti a te con un bel mazzo di fiori in mano, dietro il quale il suo volto imbarazzato sparisce e ti chiede con voce tremante: “Vuoi sposarmi?”

Francamente, fino a quel momento, fino a quando non gli ho visto posare quel ginocchio per terra, non mi era passato nemmeno per l’anticamera del cervello l’idea di sposarlo e tanto meno di passare il resto della mia esistenza con lui. Tuttavia, proprio in quell’attimo in cui si schiariva la voce e dava fiato alle trombe, mi sono resa conto che non era così assurdo prendere seriamente in considerazione la proposta. In pochi secondi mi sono passati davanti agli occhi tutti i trentadue anni della mia vita, tutti gli uomini che ne avevano fatto parte, tutte le sconfitte e le vittorie e mi sono detta, perché no?

Credo che in effetti quel “perché no?” non fosse esattamente la motivazione migliore per convolare a giuste nozze, ma tant’è che dissi di sì.
Peccato che me ne pentii praticamente nell’istante successivo, stretta nel suo abbraccio mortale, mentre farfugliava quanto fosse felice della mia risposta.

A questo punto c’è da chiedersi perché non cercai subito di rimediare alla situazione e non cercai di porre un freno al suo entusiasmo. Se lo avessi fatto subito, avrei potuto contenere i danni, avrei potuto quanto meno evitare tutto il caos che si scatenò subito dopo e la sbronza colossale che mi presi entro la fine della serata e che mi tormentò con i suoi postumi per ben due giorni, forse tre.

Peccato che mi nascosi proprio dietro a quei calici che vennero levati per festeggiare l’evento, sorridendo come un ebete da dietro il bordo fine di cristallo, osservando il mondo impazzito attraverso le bollicine scoppiettanti dello spumante. Nemmeno il mal di testa del giorno dopo riuscì a farmi rinsavire, nemmeno quello ebbe il potere di riportare un po’ di buon senso nei miei pensieri alcoolici. E tutto questo perché, per tutta la notte, ero stata ulteriormente convinta dal mio promesso sposo, il quale si era lanciato in tutta una serie di performance degne del più navigato attore porno.

A seguito di una sollecitazione del genere, come potevo rifiutare? Come potevo tornare sui miei passi e dirgli semplicemente: scusa, lasciamo perdere?

Non potevo.
Non quando mi guardava con quei suoi occhioni azzurri e languidi, con quelle sue labbra imbronciate e mi sussurrava parole tenere e gentili alle orecchie, facendomi sentire l’orco e la strega cattiva in un miscuglio degno di Barbablù. Come potevo stroncare quella felicità che gli vedevo lampeggiare negli occhi, ogni volta che incrociavo il suo sguardo?
Ma cielo! Che diavolo stavo combinato?!

Forse non sarà stato il migliore degli uomini, ma era pur sempre una brava persona, un essere delicato e comprensivo, un uomo che riusciva comunque a infondermi una serie di sentimenti positivi. E nemmeno quelli erano una motivazione sufficiente per sposarsi.

Avevo sempre pensato che quando fosse giunto il fatidico momento della proposta, mi sarei sciolta nel romanticismo, mi sarei sentita annientata da un’esplosione emotiva stratosferica, mi sarei dissolta in lacrime e avrei finito per tremare come una foglia… non che sarei stata sommersa da ondate di panico.

E ancora una volta c’è da chiedersi perché non fermai quel circo che si scatenò intorno a me, trascinando nel vortice degli eventi sia gli amici che i parenti di entrambe le parti.

Perché calcolai, erroneamente, di poterlo sopportare. Di poter far fronte ai doveri e di potermi godere i diritti. A trentadue anni era anche ora che mi sposassi, che uscissi dalla lista delle zitelle, pardon, oggi come oggi si chiamano single per scelta, anche se per quella degli altri, e mi lanciassi in quell’avventura coniugale a cui, bene o male, ogni donna aveva diritto di approdare, superata la trentina.

A trentadue anni, con qualche rapporto naufragato alle spalle una serie di episodi più o meno tragici nella mia vita, probabilmente avevo tutti i diritti di meritarmi una stabilità e una sicurezza derivanti proprio da un matrimonio. In fin dei conti, se proprio fosse andata male, sarei stata una divorziata e non più una zitella.

Certo che pensare ai preparativi per le nozze con in testa l’idea che, semmai dopo, avrei sempre potuto fregiarmi del titolo di divorziata e non più di zitella, non era proprio il massimo. E questo avrebbe dovuto dare un’ulteriore misura di quanto fosse profondamente sbagliato il passo che mi accingevo a compiere. Perché non me ne resi conto?

Penso che a volte nella vita si opti per il male minore, per quello che pensiamo possa essere la soluzione ideale a tutti i nostri mali, dando una svolta definitiva a un percorso già fallimentare.

Forse se ci legassero a una sedia e ci ponessero davanti a uno specchio, magari la nostra stessa immagine potrebbe in qualche modo farci rinsavire, magari sputandoci in un occhio. Peccato che difficilmente venga fatto uso di specchi in questi casi e non per l’utilizzo per cui andrebbero usati.

Quindi, mi ritrovavo con un uomo in ginocchio, sprizzante gioia da tutti i pori, il quale si stava già lanciando nell’organizzazione dei preparativi mentre io restavo lì, attonita, a osservarlo in silenzio, con la mente che rincorreva pensieri confusi che sfuggivano continuamente a qualsiasi logica.

Avevo appena acconsentito al matrimonio, avevo appena posto una seria ipoteca sul mio futuro e avevo appena accettato di passare il resto della mia vita svegliandomi ogni maledetta mattina di fianco a lui.

Il sonoro e rimbombante clangore del portone della mia coscienza si richiuse con un tonfo assordante, dandomi la netta impressione di essere appena stata sbattuta fuori di casa. Di essere stata abbandonata nel nulla delle mie scelte sbagliate, con un enorme indice puntato verso l’infinito, sul quale vi erano scritte a lettere cubitali le parole: adesso arrangiati!
Quando non si dà retta al buon senso, non resta altro da fare che arrangiarsi.

D’altra parte, perché non avrei dovuto prendere in considerazione il mio futuro sposo? Era un bell’uomo, alto un metro e ottanta, bel fisico longilineo, capelli biondi, occhi azzurri, un tipo assomigliante alla John Voight, sorridente, spensierato, pronto a tutto per avermi… quindi dov’era il problema?

Purtroppo lo scoprii dopo dov’era il problema e capii anche che cosa il mio stramaledetto subconscio aveva tentato di comunicarmi prima del fatidico “sì”. Ma accidenti, perché il subconscio parla in aramaico antico quando tenta di comunicarti qualcosa di importante? Perché non si limita semplicemente a esporre i fatti in modo chiaro e preciso?
Perché forse ci sentiremmo ancora più degli idioti.

Dopo sei mesi restituii il mio sposo alla sua famiglia, depositandolo sul zerbino d’ingresso insieme alle sue valigie e a tutte le sue cose, cercando di non sottolineare l’ovvietà del fatto, ovvero che mi avevano rifilato un “prodotto” che non era adatto a me.

A lui piacevano gli uomini. Questo era il problema. E rendersene conto, trovandolo a letto con il testimone di nozze, non era stata esattamente una bella sorpresa. Non mi fece incazzare il fatto che fosse gay, mi fece diventare furibonda il fatto di avermelo taciuto.

Accidenti a lui… se me lo avesse detto chiaro e tondo fin dal primo momento, forse lo avrei sposato ugualmente, ma la menzogna non riuscii proprio a tollerarla. Tuttavia, ancora adesso mi chiedo come fu possibile per lui avere rapporti sessuali con me, viste le sue preferenze… non lo saprò mai e forse nemmeno lui.

© 2015 di Irma Panova Maino

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