L’appuntamento

Era lì, sotto la pensilina, a malapena riparata da quella pioggia sottile che caratterizzava il tempo autunnale. L’umidità penetrava attraverso i tessuti, inumidendoli e ghiacciando le ossa.

Come ogni sera arrivava intorno alle dieci e mezza e si fermava nel solito angolo, in fondo sulla destra, nel gabbiotto della fermata dell’autobus, aspettando quel mezzo che l’avrebbe riportata a casa. Come sapevo che andava a casa? Perché più di una volta l’avevo seguita, avevo calcato le sue stesse orme, calpestato lo stesso selciato ed ero giunto davanti al portone di quella bassa palazzina a due piani in cui abitava.

Lei sapeva, mi aveva visto, riconosciuto dopo la prima volta che, avendo preso coraggio, mi ero avventurato dietro di lei, cercando di comprendere che cosa mi attirasse tanto di quella donna. Donna? Non dava l’idea di essere particolarmente in là negli anni, forse poteva averne trenta, trentacinque al massimo, anche se l’aria dimessa, timida, un po’ sciupata, non le rendevano giustizia.

E non era nemmeno questa gran bellezza. I capelli biondi avevano la stessa opacità della stoppa e forse anche la stessa consistenza; più di una volta aveva dimenticato l’ombrello e le ciocche le pendevano, rilasciando enormi goccioloni sul tessuto impermeabile dello spolverino grigio che normalmente usava, spuntando da sotto quel ridicolo cappellino da pescatore, grigio anch’esso. E quando non pioveva, e la temperatura lo permetteva, la sua capigliatura testimoniava il disperato desiderio di un parrucchiere, che desse almeno un taglio decente a quella chioma incolta.
Quindi non erano stati i capelli ad attirare la mia attenzione.

Sicuramente nemmeno il corpo.
Per quanto non fosse mai stata abbastanza scoperta da lasciare intravedere le forme, ciò che si intuiva, da quel poco che si vedeva, lasciava alquanto a desiderare.

Portava sempre delle gonne a quadri, in stile scozzese, con dei colori che andavano dal marrone al beige, miste a delle punte di verde; quelle sottane arrivavano fin sotto al ginocchio e il resto della gamba metteva in mostra un polpaccio abbastanza magro e striminzito. Quindi niente di particolarmente tornito e accattivante. Inoltre usava dei mocassini che toglievano ogni pretesa di femminilità a un essere che gridava pietà già di suo.

Allora cosa?
Forse il viso… ecco, sì. Credo che sia stato il viso a farmi accorgere della sua esistenza.

Un volto che, per quanto un poco smunto, riusciva a mettere in risalto gli occhi e la bocca. Occhi scuri come le tenebre più fitte di una notte senza luna e labbra piene e carnose, pronte a riportare alla memorie visioni voluttuose, cariche di una sensualità strabiliante. Soprattutto sorprendente, visto il personaggio.

Quindi ancora una volta mi trovavo dall’altra parte del marciapiede, semi nascosto dall’androne del portone nel quale normalmente mi rifugiavo per spiarla, sapendo che lei era al corrente del fatto che fossi lì, anche se non aveva mai voltato lo sguardo nella mia direzione.

Quindi come facevo a essere così certo che lei sapesse? Per quel sorriso appena accennato che le curvava le labbra, quella piega ironica che sembrava volermi invitare a osare, la postura languida del suo corpo ossuto e magro.

L’avevo sognata, non riesco nemmeno a negare l’evidenza che mi coglie ogni volta che ripenso a lei e l’eccitazione che mi porta a diventare febbrile, quando si avvicina il momento del solito appuntamento serale. La desidero, più di quanto io abbia mai desiderato una donna. E la bramo a tal punto che sarei disposto a correre qualsiasi rischio pur di riuscire a toccarla. Allora perché non mi decido? Perché semplicemente non attraverso quel maledetto tratto di strada che mi divide da lei e non le vado incontro, salutandola e rivolgendole qualsiasi frase che possa aprire un dialogo? Perché rimango qui, ogni sera, racchiuso nella mia ombra, sperando che sia lei a compiere quel gesto che io non riesco a fare?

Non lo so perché, me lo sono chiesto molte volte, me lo sto domandando da tre mesi a questa parte, quando, alla fine dell’estate, per la prima volta l’ho vista sotto quella pensilina.

Quel primo giorno di settembre ero uscito tardi dall’ufficio e stavo rincasando stanco e nervoso dalla giornata carica di problemi che avevo affrontato. Non ero dell’umore giusto per accorgermi di una femmina e non ero nemmeno sufficientemente attento per rendermi conto che lei era lì, in quella sua solita postazione.

Che cosa avesse improvvisamente attirato il mio sguardo, che cosa mi abbia fatto sollevare la testa, ancora oggi non lo saprei identificare, ma fatto sta che all’improvviso, il mio sguardo aveva abbandonato il granulato del cemento con cui era stato ricoperto il marciapiede, nonché la punta delle scarpe che ritmicamente apparivano nel mio campo visivo ed era volato verso l’altra parte della strada e verso la fermata dell’autobus, a malapena illuminata da un lampione poco distante. E più mi avvicinavo, percorrendo parallelamente il tratto in cui era lei, più i miei occhi faticavano a staccarsi dalla sua figura, fino alla ridicola situazione che mi poneva in una contorsione dolorosa, nella quale il mio collo sembrava sul punto di svitarsi. Inutile dire che ero tornato sui miei passi, giusto in tempo per vedere arrivare l’autobus sul quale era salita, sparendo dalla mia vista.

Da quella prima sera ero tornato tutti i giorni e tutte le volte in cui ero arrivato, se non era già sul posto, sembrava apparire da un momento all’altro, proprio in quell’unico attimo in cui accadeva qualcosa che mi costringeva a distogliere l’attenzione. Qualcosa come una macchina che passava all’improvviso, un temporaneo black out dell’unico lampione che riusciva a illuminarla… oppure un pipistrello che decideva di lanciarsi in picchiata proprio nel punto in cui sostavo… e quella del pipistrello era avvenuta la volta in cui avevo fermamente deciso che non le avrei staccato gli occhi di dosso.

Volevo vedere da che parte arrivava, volevo sapere qualcosa in più su di lei, ma per quanto io mi sia sforzato, alla fine tutto ciò che possedevo era il suo indirizzo. Certo, non era un fattore da sottovalutare, ma non ritenevo che potesse essere sufficiente per un primo approccio.

Tuttavia ormai ero ossessionato da lei, pazzo di desiderio alla stessa stregua di un maniaco o di un pervertito ed ero fermamente deciso a compiere quel passo che mi avrebbe condotto da lei.

Tentai di muovere i piedi, ma parevano essersi incollati al marmo dell’androne. Provai e riprovai fino a quando finalmente riuscii a strisciare per una decina di centimetri in avanti, uscendo quasi dal portone. Mi ero talmente concentrato sull’atto d’infondere energia nei miei arti inferiori, da non essermi nemmeno reso conto di aver distolto gli occhi da lei e quando rialzai lo sguardo, orgoglioso del mio misero traguardo, la sorpresi intenta a fissarmi.

Per la prima volta mi guardava direttamente negli occhi, apparentemente interessata ai movimenti. Rimasi raggelato. Cosa dovevo fare, sorriderle? Farle un cenno con la mano? Oppure sarebbe bastato un ammiccamento?
Non feci nulla, di nuovo rimasi inebetito a fissarla, rimanendo raggelato dalla sua fissità e dal fatto che non dava alcun segno che mi facesse sperare in un’apertura. Se solo avesse mosso un dito, sarei schizzato dall’altra parte con la stessa velocità fulminea di una saetta.

Restammo a fissarci da una parte all’altra della strada, con la pioggerellina uggiosa che continuava a stendere la propria coltre umida su entrambi. E proprio quando ormai stavo per perdere qualsiasi speranza, quando ormai stavo per maledirmi a vita, insultando tutta la genealogia che mi aveva trasmesso un patrimonio genetico così debole, lei finalmente fece qualcosa di totalmente inaspettato. Un gesto così inusuale e straordinario da costringermi a strizzare gli occhi per timore che fosse soltanto un’illusione dovuta dalle mie frustrazioni. Tuttavia, quando risollevai le palpebre, lei sorrideva ancora.
Sorrideva a me.

Il respiro parve bloccarsi nella gola e il cuore ebbe un fremito tale da provocarmi una sensazione di disagio. Avevo come la sensazione che l’organo sarebbe potuto anche scoppiare, se avesse continuato a fibrillare in quel modo.

Non poteva essere, non era possibile che stesse sorridendo proprio a me!
Eppure era esattamente ciò che stava accadendo e quelle labbra si aprirono in modo così sensuale, da farmi pensare a ciò che avrei voluto fare con esse.
Le gambe si sbloccarono e io tornai a essere il padrone assoluto e incondizionato dei miei arti, mossi ancora un passo e poi un altro e proprio nell’attimo in cui la punta della mia scarpa destra sfiorò il bordo del marciapiede, un movimento ai margini del mio campo visivo attirò la mia attenzione. E non solo la mia.

La vidi voltarsi verso destra nello stesso istante in cui lo feci io. Girammo il capo con una sincronizzazione che sarebbe apparsa persino ridicola, se non fosse stato per il disappunto che mi colse non appena compresi a cosa era dovuta la mia distrazione.

Un uomo.
Un perfetto estraneo si stava avvicinando a lei a passo spedito, con il cappotto lungo che gli avvolgeva le gambe, le mani in tasca come a voler sembrare indifferente e innocuo e lo sguardo che non sembrava essersi accorto di lei.

Tuttavia, dal momento che puntò proprio direttamente verso la donna ferma sotto la pensilina, era fin troppo evidente che sapesse della sua presenza. Rimasi indeciso, dovevo raggiungerla e fare finta di conoscerla, in modo che lo sconosciuto non si avvicinasse troppo? Oppure dovevo tornare a ritirarmi nell’ombra e aspettare di vedere che cosa sarebbe accaduto?

Istintivamente tornai sui miei passi e prima ancora di rendermene conto, finii di nuovo nel mio androne. L’uomo era ormai arrivato fino a lei e le stava parlando. Da dove ero nascosto non potevo udire che cosa si stessero dicendo, ma l’atteggiamento di lei lasciava intendere un certo nervosismo. Pareva quasi sul punto di spiccare un balzo e fuggire via.

Eppure in pochi attimi tutto parve precipitare, tutto si capovolse e parve sgretolarsi insieme a una realtà ormai totalmente distorta. Lui estrasse un coltello a scatto da una delle tasche e lo puntò con decisione verso di lei.

Oh cielo… non aveva l’aria del delinquente! Non sembrava uno di quei personaggi da incubo che popolavano le cronache nere… eppure la lama nella sua mano brillava in modo inequivocabile. Ero già pronto a precipitarmi verso di lei, quando ancora una volta tutto parve ribaltarsi. Come se qualcuno avesse deciso di infilare la realtà dentro a un frullatore, ciò che pensavo non aveva nulla a che vedere con quanto stava accadendo. Se avevo erroneamente creduto che fosse lei la vittima, in pochi secondi lei aveva distrutto ogni mia convinzione.

E l’uomo non poté niente contro quelle zanne che gli vennero conficcate nella giugulare, squarciandogli la gola. Il serramanico cadde tintinnando sul marciapiede, riempiendo di echi sinistre il silenzio della notte.

Rimase solo lei. Lei con la bocca ancora incollata alla carne dello sprovveduto. Lei che, nel mentre si cibava con evidente gusto, si voltò contorcendosi intorno all’uomo e puntò di nuovo i suoi occhi su di me.
Ora sapevo e ciò nonostante, non smisi mai di arrivare ogni sera al mio appuntamento, aspettando il mio turno.

© 2015 di Irma Panova Maino

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