Devlin passeggiava nervosamente davanti al grande finestrone che si affacciava sulla Moldava. Misurava a grandi passi il lungo tappeto che correva da una parte all’altra della stanza, gettando occhiate nervose al doppio battente della porta che immetteva nell’altro ufficio. Odiava aspettare, non sopportava l’idea di dover fare anticamera negli uffici burocratici e meno che mai poteva tollerare i ritardatari. Tuttavia, trattandosi del suo superiore, nonché di un membro di quel Direttivo che regolava le loro vite, non poteva fare a meno di abbozzare e mantenere il sangue freddo necessario per non esplodere.

In quel preciso periodo della sua vita era particolarmente nervoso ed irascibile, il suo notorio carattere pacato ed affabile doveva essere rimasto disperso durante l’ultima missione, insieme alla sua pazienza ed alla voglia di sorridere. Ultimamente si scopriva a digrignare i denti così spesso, da iniziare ad avere qualche problema con una mascella perennemente indolenzita, soprattutto al mattino, dal momento che passava le sue nottate in uno stato di agitazione tale da rendere il letto un vero campo di battaglia. E tutto questo a causa del fatto che il suo compagno di squadra era stato dichiarato ufficialmente dimesso e fuori dai giochi. Un compagno con cui aveva condiviso la propria vita negli ultimi quattrocento anni… anno più, anno meno. Devlin non lo avrebbe mai creduto possibile, ma la simbiosi con cui avevano convissuto lui e Reese per qualche secolo, si era talmente radicata nel suo intimo che, adesso, benché si sentisse felice per l’amico, data la sua situazione affettiva ormai risolta, lui soffriva maledettamente di solitudine.

Devlin era un licantropo ed in quanto tale non avrebbe potuto sopportare una vita che non includesse un Branco e Reese, per lui, aveva in qualche modo rappresentato proprio la familiare sensazione del Branco, nonostante il fatto che fosse un vampiro.

La porta dell’ufficio venne finalmente aperta e da essa sgusciò fuori la bellissima Barbie, l’onnipresente assistente del suo capo.

“Il Decano ti sta aspettando.”

“Io sto aspettando lui da quasi mezz’ora” borbottò contrariato, fermandosi un momento prima di entrare. Lei gli pose una mano sul braccio richiamando la sua attenzione.

“Aspetta di vedere che cosa ti aspetta e poi ne riparliamo.” Devlin che si stava apprestando ad entrare, si voltò per guardarla in faccia, cercando di scorgere sul suo volto un indizio che gli desse modo di capire a cosa si riferisse, ma la donna, al pari del suo superiore, riusciva a mantenere un’espressione totalmente neutra anche nei momenti più imbarazzanti.

Devlin sospirò, pensando che avrebbe voluto avere le medesime capacità, le stesse che aveva avuto Reese quando ancora lavoravano insieme. D’altra parte non si poteva pretendere dalla sua natura animale un simile comportamento compassato. Quanto meno questo fattore non rientrava nei tratti peculiari del suo carattere.

Rimase per un momento fermo sulla porta, lasciandosi squadrare dal proprio superiore, cercando a sua volta di decifrare l’espressione enigmatica che aveva sul volto. Il Decano Ander era uno dei membri più giovani del Direttivo ed era tutto dire visto l’avanzato stato di anzianità che dimostrava, sottolineato dalla ragnatela di rughe che gli solcavano il volto e la massa di capelli candidi come neve.

Devlin varcò la soglia dell’ufficio notando subito l’essere che, seduto su una delle poltroncine degli ospiti, gli dava le spalle ed il cui aspetto estetico lasciava qualche dubbio sulla sua sanità mentale. Persino visto di spalle aveva un che di inquietante. A partire dai capelli che, più corti sulla cima della testa, diventavano improvvisamente più corposi all’altezza della nuca, allungandosi in maniera piuttosto vistosa oltre di essa e raggiungevano con una sorta di coda il pavimento. Non aveva idea di quanto potesse essere alto il tizio, ma ad occhio e croce, una volta in piedi, quella coda poteva arrivare a sfiorargli le natiche. E se non fosse bastata questa stranezza, il colore lasciava assolutamente a desiderare. Partendo da un bel giallo canarino sulla sommità, sfumava verso la nuca passando al verde, finendo sulle punte con un viola intenso.

Santo cielo! Nemmeno Carrie nei suoi momenti peggiori aveva portato tanti colori in testa. E da quando avevano messo su famiglia, lei e Reese, se li era tinti definitivamente di un bel biondo platino che le donava decisamente molto. Carrie era stata la ragazza che Reese aveva assunto per farle fare da esca, in modo da poter catturare più facilmente i soggetti che avevano sulla lista dei ricercati. In otto mesi lei e Reese si erano innamorati, passando attraverso alcune controversie che avevano visto protagonista anche Devlin ed avevano finito per costituire un nuovo nucleo famigliare perfettamente funzionante. Al punto che il figlio che adesso avevano avuto, lei e Reese, in realtà era stato concepito con Devlin.

Pareva tutto molto complicato, ma in realtà era stato fin troppo semplice fin dall’inizio. D’altra parte Reese era un vampiro di quasi novecento anni e nemmeno nella sua più fervida immaginazione avrebbe potuto pensare di mettere al mondo dei figli. Non senza il suo aiuto!

“Ah, eccoti… vieni Devlin.”

“Generale Ander” Devlin salutò il proprio superiore con un cenno del capo e si avviò verso la scrivania, mantenendo però lo sguardo concentrato sull’altra persona presente nella stanza. Quando arrivò al suo fianco ebbe la sgradita sorpresa di trovarsi al cospetto di una delle donne più inquietanti che avesse mai visto e questo a prescindere dai suoi capelli strampalati. Vista da dietro pareva più un uomo, soprattutto per quelle spalle larghe e le braccia muscolose che spuntavano da una sotto specie di gilè, che probabilmente in origine doveva essere stato una giacca alla quale erano state strappate le maniche. Un gilè lasciato aperto, oltre il quale s’intravvedeva un reggiseno di pizzo viola e la pelle ambrata.

Squadrò l’essere da capo a piedi, cercando di non arricciare le labbra di fronte agli innumerevoli piercing che le costellavano la faccia. Spille da balia erano state conficcate in bell’ordine su una guancia, parallele le une con le altre, come a voler sottolineare la linea affilata degli zigomi. Una barretta in acciaio, corredata da punte acuminate alle estremità, le sporgeva dal naso, congiungendosi tramite una catenella al piercing posto sopra il sopracciglio sinistro. Una fila di anellini le bucavano il labbro inferiore ed i due crocefissi, che le pendevano dai lobi delle orecchie, a quel punto, parvero del tutto normali rispetto al resto. Occhi viola tendenti al rosso ricambiarono la sua ispezione, mentre le pupille a forma di rombo si restringevano fino a diventare una sottile fascia orizzontale, marchiandola per quello che era.

Un demone!

Se non fosse già stato per l’aspetto, in senso generico, piuttosto bizzarro, quegli occhi tradivano comunque le origini della donna, mettendo a nudo la sua reale natura.

“Bravi ragazzi, è un bene che iniziate a conoscervi.” Devlin girò lo sguardo verso il Decano, distogliendolo finalmente da quella specie di valchiria infernale che gli aveva già fatto venire i brividi. Tuttavia le parole appena pronunciate gli diedero il primo crampo di apprensione, facendogli presagire il disastro.

“Devlin… lei è Angmar. La tua nuova compagna.” Boccheggiò un paio di volte prima di decidersi ad aprire bocca e dare finalmente sfogo a tutta la propria frustrazione.

“Cazzo è un demone!”

“Certo che lo è, pensi che non lo sappia?”

“Bene! Perché io non lavoro con i demoni!” Non gli piacevano, erano infidi, traditori, ambigui e notoriamente poco sani di mente! E a giudicare dal suo aspetto, la realtà non poteva essere troppo diversa dalle sue convinzioni personali!

Era stato proprio un demone, il primo essere in assoluto che aveva tentato di fargli la pelle!

“Che c’è, Sacco di Pulci? Hai paura che ti morda le natiche non appena ti giri?” lo apostrofò subito lei distorcendo le labbra, mostrando lo stesso disgusto che doveva essere apparso sul volto del licantropo.

“Quello sarebbe il meno! Dai demoni c’è da aspettarsi di peggio!” replicò stizzito.

Lei gli rivolse un sorriso appositamente ambiguo, mentre la lingua biforcuta le saettava fuori tra le labbra.

“Che razza di demone sei?” chiese inorridito, osservando quelle doppie punte rosse che parevano farsi decisamente beffe di lui.

“Appartengo alla stirpe degli Incantatori e credo che ti farà piacere sapere, che nemmeno io mi sto lasciando andare ad un particolare entusiasmo. La sola idea di dover fare coppia con un animale, mi fa prudere la pelle! Credi che mi faccia piacere l’idea di dover condividere le tue pulci? Caro il mio licantropo, persino un Troll sarebbe stato più interessante di te.”

“Ecco brava! Rivolgiti ai Troll!” Il Decano picchiettò la penna che aveva in mano sulla superficie lucida della scrivania, richiamando l’attenzione di entrambi.

“Devlin… credi proprio che il Direttivo sia composto da degli idioti?” Lui sussultò di fronte a quella domanda. Non si sarebbe mai permesso di pensare una cosa del genere, soprattutto dal momento che le entità che componeva l’organo di controllo, erano state appositamente selezionate fra i migliori della propria specie, proprio per garantirne la funzionalità.

“Non l’ho mai pensato” rispose deciso.

“Ed è un bene, perché ti posso assicurare che dopo aver preso in esame alcuni candidati, per il posto vacante che si è venuto a creare, dopo che Reese ha deciso di lasciarci, Angmar è risultata la più idonea per lavorare in coppia con te.”

“E secondo quale criterio?” domandò brusco, non riuscendo a trovare una sola ragione valida per essere stato messo insieme ad un maledetto demone!

“Perché sono più intelligente di te, bamboccio!” replicò lei freddamente.

“Dall’aspetto non si direbbe” borbottò lui di rimando, scoccandole un’occhiata che avrebbe incenerito un iceberg.

“Devlin… perdonami se insisto, ma prima di rifiutare la collaborazione, dovresti almeno provare a…”

“E dovrei instaurare un collegamento con lei? Condividere la mia sfera interiore con lei?”

“Hai paura che scopra i tuoi altarini? Forza licantropo, fammi morire dal ridere con i tuoi miseri segretucci!” La voce di lei strideva contro i suoi timpani, come le unghie passate sopra ad una lavagna. Devlin grugnì per il fastidio.

“Angmar!” l’Anziano le rivolse un’occhiata malevola e lei distorse le labbra producendo un sibilo.

 “Sì Anziano. Agli ordini Anziano!” gli rispose beffarda, mantenendo lo sguardo fisso in quello del licantropo.

Devlin non cedette e si limitò a sorriderle in un modo estremamente minaccioso. Nessuno dei due volle tirarsi indietro da quella sfida aperta, mantenendo in questo modo incollati gli sguardi, con delle espressioni che riflettevano chiaramente il disprezzo che avevano l’uno dell’altra. Tuttavia Devlin si rendeva conto di non poter disobbedire ad un ordine del Direttivo e questo il demone lo sapeva fin troppo bene ed era questo il motivo per il quale lei lo stava così palesemente sbeffeggiando. Ma non le avrebbe reso semplice la questione, non l’avrebbe agevolata in alcun modo e non le avrebbe reso facile l’esistenza.

L’immediata empatia che avevano provato lui e Reese, la prima volta che si erano visti, era stata di un’intensità tale da poter essere solo paragonata all’avversità che provava in quel momento per la donna. Donna…Questo era ancora tutto da verificare! Non si sarebbe stupito se fosse stata lesbica. Benché fisicamente avesse tutti gli attributi necessari per essere classificata fra il genere femminile, a parte le spalle larghe, le braccia muscolose, la postura aggressiva e l’aura inquietante che emanava, teoricamente poteva essere definita come donna.

Se non altro per le tette.

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