Villa Boccaccini

I ricordi, soprattutto quelli legati a fatti violenti, restano impressi nello spazio e nel tempo, come fotografie che per sempre rimarranno a gravitare in un dato luogo. Realtà paradossali che fluttuano solitarie nell’etere, a stretto contatto con la nostra realtà, ma che rimangono nascoste fino a quando qualcuno non trova il varco per passare da una dimensione all’altra. Questi personaggi vengono definiti medium, sensitivi, persone in grado di percepire quella soglia che divide i mondi e che sono, talvolta, in grado di trovare la chiave giusta per aprire una porta che, spesso, andrebbe invece lasciata chiusa.

Ed è di Villa Boccaccini che vi voglio parlare, di una notte del 1980 in cui un gruppetto di adolescenti decise di prodursi in una classica bravata di fine estate: dimostrare di avere coraggio, a dispetto delle leggende e delle dicerie locali.

Villa Boccaccini sorge in quel di Comacchio, in prossimità di Lido degli Scacchi ed è raggiungibile attraverso la via Romea. Oggi è un vecchio rudere tenuto insieme dalle radici degli alberi e sostenuto da rami che penetrano in ogni crepa. Allora non versava in condizioni ottimali, era già stata oggetto di vandali e saccheggiatori, diventando meta di tossicodipendenti e rifugiati clandestini di ogni genere.

Tuttavia, nel 1980 conservava un fascino non solo dettato dal fatto che fosse indicata come la location in cui era stato girato il famoso film di Pupi Avati, “La casa dalle finestre che ridono”, ma per quelle voci che la bollavano come una casa maledetta e infestata dai fantasmi. Dunque, il gruppetto di ragazzi che si accingeva a passarvi qualche ora in piena notte, non si poteva considerare coraggioso, ma solo incosciente.

Furono molti gli strani accadimenti che si manifestarono quella notte, ma il più simbolico di tutti fu quella soglia che venne aperta nello spazio e nel tempo e che rivelò l’orrido contenuto della casa e la maledizione celata. Un anatema che dal 1800 colpiva la famiglia Boccaccini e che ancora oggi non ha del tutto esaurito i suoi strascichi nefasti. Furono diversi i componenti giovani della famiglia a decedere in giovane età e in circostanze alquanto dubbie, ma la capostipite di tale orrore vagava ancora fra quelle rovine, gridando giustizia.

E fu questo, quello che scoprirono i ragazzi in quella notte del 1980. Questa la presenza che infestò la vita di un paio di loro per alcuni mesi, tormentandoli anche quando furono tornati nelle proprie città, una volta terminate le vacanze.

La storia narrava come il vecchio Conte divenne un folle a causa della fuga della figlia, la quale, non potendosi separare dal giovane amante plebeo, il giardiniere in questo caso, scappò in una notte di luna piena, abbandonando il padre e la casa natia. Il Conte venne emarginato dalla buona società Ferrarese e morì solo e dimenticato in quella villa silenziosa. Tuttavia, ciò che invece i ragazzi videro quella notte fu una tragedia del tutto diversa.

Fotogrammi di un duplice omicidio sfilarono davanti ai loro occhi, riversandosi fuori da quella soglia che una seduta spiritica, eseguita per burla, aveva invece spalancato sulla loro realtà. Il giovane amante della contessina venne massacrato senza pietà e a colpi di mannaia dal padre di lei e il cadavere venne murato, insieme alla fanciulla, ancora viva e paralizzata dall’orrore, all’interno di una rientranza del muro perimetrale.

Solo nel gennaio del 1981, quando un’improvvisa nevicata fece crollare una parte del muro e gli scheletri vennero finalmente alla luce, il fantasma della contessina smise di tormentare i giovani che avevano osato varcare la soglia fra i due mondi.

© 2015 di Irma Panova Maino

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