Una recensione che non vedrete su Amazon

Amazon ama fare ciò che vuole, dunque questa recensione a Voglio andare all’inferno la vedrete solo qui.

 

di Oliviero Angelo Fuina

Tra i bellissimi libri di Irma Panova Maino che ho avuto il piacere di leggere, questo è tra quelli che più mi è piaciuto maggiormente.

Oltre alla solita penna talentuosa qui ho trovato grandi profondità concettuali e un tratteggio psicologico magistrale del protagonista Kam. Il concetto di premi e punizioni viene amplificato intensamente regalando interessanti spunti riflessivi.

Un libro intimo per le sensazioni quasi organolettiche pur in un contesto inusuale, ovviamente, per ogni lettore. Un romanzo denso, mai banale, con un eccellente ritmo narrativo nonostante l’azione si svolga per la maggior parte del tempo narrativo in un luogo circoscritto.

A tratti mi ha ricordato il miglior Glenn Cooper ma con quel tocco in più tra il nero intenso e il rosa intimo.

Consigliatissimo!

Voglio andare all’inferno

Voglio andare all’inferno non è un libro facile. Non lo è stato scriverlo e potrebbe non esserlo leggerlo. 

Provate a immaginare cosa voglia dire cercare di immedesimarsi in qualcuno a cui piace seviziare e uccidere un altro essere umano; cosa posso significare tentare di mettere insieme un comportamento che sia logico, per quanto deviato, e dare corpo a un personaggio così poco amabile. Perché diciamocelo, Kam è tutto meno che simpatico e, francamente, ci sono stati momenti in cui lo avrei preso a calci negli stinchi anch’io.

Si può simpatizzare per Kam?

Di solito un autore tende ad amare i propri personaggi, li vizia, li coccola, li fa apparire sempre nella prospettiva migliore. Cerca di farli diventare degli eroi, sono quelli “buoni”, quelli che salvano la fanciulla intrappolata… non che l’ammazzano senza ritegno tutti i santi giorni. Perché è questo quello che fa il nostro Kam: uccide la sua Sirianna quotidianamente.

Dunque, com’è possibile cercare di simpatizzare con un essere simile? E in quale modo si può dare un’attenuante a ciò che fa, creando una situazione che possa poi giustificare tutto?

Come è nata l’idea

A essere onesta non so nemmeno da dove mi sia saltata fuori questa idea… questa volta Tolkien&co sono del tutto innocenti. Se ripercorro le varie fasi, alla fine non riesco comunque ad arrivare al bandolo della matassa. Una mattina mi sono svegliata e nella mia testa si è formulato il quesito: cosa accadrebbe se avessimo la certezza di non venire puniti per qualsiasi nefandezza commessa?

Ecco, credo che tutto sia partito da lì, probabilmente ero arrabbiata con qualcuno e avevo passato qualche giorno a pregustare l’idea di poter applicare le più terribili torture sul soggetto in questione. Il bello è che non mi ricordo nemmeno chi fosse il soggetto di tanto feroce accanimento, però sicuramente è stata la molla che ha fatto partire tutto il resto. Ed è venuto fuori Kam, con le sue ossessioni, i suoi desideri innominabili e le sue pulsioni perverse.

Non me ne vogliate… l’ho sempre detto che non sono così buona come sembra…

I personaggi

I personaggi principali, escluso Kam, non sono uomini o donne, ma entità metafisiche: Morte e il demone, chiamato poi da Kam prima Sirianna e poi Eva.

Kam

Nome: Kam.
Genere: umano.
Anni: venti appena compiuti.
Occhi: grigio ghiaccio.
Capelli: neri, leggermente lunghi.
Altezza: 1.80
Attività: è un serial killer. Il suo operato in vita non è mai stato scoperto e lui ne ha veramente fatte di tutti i colori.

 

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Sirianna/Eva

 

Nome: Sirianna/Eva.
Genere: demone.
Anni: indefinito.
Occhi: azzurri.
Capelli: rossi.
Altezza: 1.60
Attività: è il demone assegnato a Kam.
Segni particolari: nella sua forma originale diventa blu
Altro: se viene mangiata fatica a rigenerarsi

 

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La morte

 

Nome: Morte
Genere: indefinito.
Anni: infiniti
Occhi: scuri
Capelli: scuri
Altezza: media
Attività: in questo libro è rappresentata come un essere all’apparenza femminile. Tuttavia, la descrizione è puramente formale

 

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Voglio andare all’inferno: incipit

Prologo

Kam aveva lavorato molto per guadagnarsi il diritto di varcare le porte dell’inferno, una volta morto.

Aveva sudato le proverbiali sette camicie pur di riuscire ad aggiudicarsi un biglietto di sola andata per un luogo, giudicato da molti adatto solo per sopportare la dannazione perpetua e le pene inflitte per l’eternità.

Tuttavia, Kam all’inferno era già stato e sapeva bene quale posto seducente potesse essere. Quali meraviglie potesse mettere a disposizione, quali e quante opportunità offrisse. Le descrizioni umane non rendevano giustizia al regno dei demoni né, tanto meno, ne rappresentavano la realtà.

La verità era che se il genere umano fosse stato in grado di capire quanto spettacolare fosse quel posto, nessuno si sarebbe dato pena per conquistare il diritto di accedere al paradiso.

A Kam era stata data un’occasione unica e non era stato certo un caso se era finito all’inferno. Quindi, non avendo avuto modo di vedere i piani alti, ciò che aveva verificato personalmente di quelli bassi era stato più che sufficiente per fargli intuire l’ammasso di menzogne che erano state propinate ai suoi simili. Tentare di redimere e convincere le persone dell’esistenza di una punizione divina ed eterna, a quel punto, assumeva un significato totalmente nuovo.

Che cosa ne sarebbe stato della bontà d’animo, dell’altruismo e del pentimento, se non vi fosse stata la prospettiva di una condanna imperitura? Le persone avrebbero realmente faticato così tanto per non incappare nel biasimo divino? In quanti si sarebbero dati ai crimini più efferati se solo avessero saputo che, una volta trapassati a miglior vita, non vi era il fuoco eterno ad attenderli bensì la gioia, il piacere e il lusso più sfrenato?

Un premio, altro che condanna! E Kam aveva avuto la fortuna di constatare proprio questa verità, di rendersi conto anzitempo degli sforzi inutili che stava compiendo per riuscire a tenere a bada la propria natura depravata e profondamente deviata.

Fin da bambino gli era stata inculcata un’educazione religiosa estrema e inclemente. Fin dalla più tenera età, quando a malapena si reggeva sulle proprie gambe, aveva ricevuto un indottrinamento pressante e costante in merito a cosa fosse giusto e sbagliato. Persino il suo nome era stato tratto dalla Bibbia e quel figlio di Noè era anche stato l’unico maledetto dal padre. Dunque, persino il destino aveva posto il proprio sigillo, conferendo alla sua vita un andamento che forse avrebbe potuto essere differente con un nome diverso.

Perciò Kam era cresciuto con un salmodiare continuo nelle orecchie su quelli che erano i suoi doveri nei confronti dei propri simili e su come le anime buone e candide finissero in paradiso, mentre i bambini cattivi fossero destinati all’inferno e maledetti per l’eternità, con tutta la loro progenie.

Col passare del tempo si era oltretutto reso conto che, nella maggior parte delle religioni, esisteva una forma di giustizia divina che imbrigliava l’essere umano in un mondo di regole, restrizioni e punizioni, e i premi erano per lo più aleatori e illusori. Ricompense destinate a essere godute solo quando il corpo non era più in grado di bearsene.

E a chi importava l’amore di un Dio, le attenzioni di settantadue vergini o la beatitudine dell’anima, quando un essere umano, nella propria misera vita mortale, era stato costretto a subire le angherie e le privazioni di una civiltà impietosa ed esigente?

Non che Kam avesse problemi economici o fosse nato e cresciuto in una situazione misera e disagevole; al contrario, era stato persino fortunato a essere venuto al mondo in una famiglia agiata, in grado di procurargli tutto il benessere necessario per sopravvivere in una società consumistica.

Una famiglia benestante ma profondamente religiosa, in cui i segreti e i peccati erano strenuamente custoditi all’interno delle mura domestiche. Di conseguenza, nessuno era al corrente del fatto che sia lui sia la sorella avessero subito severe punizioni corporali da parte di un padre/padrone estremamente deviato nel suo concetto di correzioni fisiche.

Persino da adulto i segni delle frustate erano rimasti impressi nella sua carne. Anche dopo che il padre non era stato più in grado di toccarlo, dopo morto. Kam aveva riportato, crescendo, tutte le problematiche di un carattere psicotico, profondamente disturbato, in cui la realtà si confondeva spesso e volentieri con il desiderio di rivalsa e vendetta nei confronti di chiunque ostacolasse il suo cammino. Per lui gli affetti si traducevano con la violenza ed era un percorso del tutto naturale, nella sua logica contorta.

I primi segnali li ebbe da adolescente, in quella fase della propria vita in cui gli ormoni esplodono in un corpo acerbo, portandolo nel giro di pochi mesi a superare in altezza il suo aguzzino, diventando più grosso e più forte.

Da quel momento il passo verso la presa di potere era stato breve. Se l’era conquistato in un mattino di primavera inoltrata quando, stanco dell’ennesima sessione di cinghiate, si rivoltò contro il proprio aggressore, facendogli assaggiare la stessa medicina e gli stessi metodi correzionali.

Aveva calcato decisamente troppo la mano, restituendo al genitore quanto gli era stato dato in diciassette anni di vita, purtroppo tutto in una volta. Purtroppo… a seconda dei punti di vista. Dal suo, sicuramente, non lo era stato abbastanza.

Con il senno di poi, e con le tecniche raffinate che aveva acquisito nel tempo, avrebbe potuto far durare quella punizione diversi giorni, abbastanza da potersi ritenere finalmente soddisfatto.

Tuttavia, l’impeto giovanile gli aveva inibito la possibilità di potersi godere fino in fondo il potere appena conquistato: il padre era spirato fin troppo presto, troppo velocemente per rendersi appieno conto che il momento di tirare le somme era appena giunto a reclamarlo.

Kam non aveva provato rimorso, né allora né in seguito. Mai. Per nessuna delle sue vittime. Quel primo assaggio di onnipotenza gli aveva aperto un mondo di cui aveva ignorato l’esistenza fino a quel momento. O meglio…

Non ne aveva del tutto ignorato l’esistenza, ma non si era mai reso conto di quanto potesse essere inebriante la sensazione di essere il reale padrone di un’altra vita, di un altro essere vivente. Avere per le mani il filo concreto del respiro di un altro e sapere di essere l’unico in grado di decidere quando toglierlo, lo aveva reso folle dalla gioia.

L’attimo in cui aveva reciso quel filo a suo padre, chiudendone gli occhi per sempre, era stato quanto di più esaltante gli fosse accaduto in tutta la sua giovane vita, al punto di procurargli uno stato di euforia che lo aveva condotto direttamente a un orgasmo galattico.

Nessuna masturbazione o palpeggiamento da parte di altre adolescenti compiacenti aveva prodotto un simile effetto sulla sua libido.

La Morte sì. La Morte, in quel preciso attimo, era diventata la sua amante preferita, la concubina disponibile e lasciva con la quale intrattenersi in ogni genere di pratica. Silenziosa e letale, non lo disturbava con richieste inutili né con chiacchiericci fastidiosi né con rimproveri insopportabili.

La Morte lo amava e lui amava lei, in ogni sua forma. Lei lo aveva reclamato a sé, arrivando a coccolarlo e proteggerlo così come nessun altro aveva mai fatto, al punto da portare sua madre a un collasso prematuro e sua sorella al suicidio, garantendogli in questo modo il silenzio delle due uniche testimoni del suo primo delitto.

Rimasto orfano e solo, si era finalmente goduto la propria libertà, felice di potersi organizzare la vita nel migliore dei modi. Ciò che lo aveva comunque frenato, impedendogli di poter arrivare a quegli eccessi che la sua anima deviata richiedeva, era stata proprio la giustizia divina.

Non tanto quella degli uomini, giudicata da lui inefficace e inadatta a riuscire a porre un freno alle sue aspirazioni, ma la condanna di una dannazione eterna, di un giudizio post mortem che sarebbe sopraggiunto in un momento in cui non avrebbe più potuto fare nulla per impedirlo. Questo lo aveva frustrato oltre ogni dire. L’educazione gli era stata imposta suo malgrado e lui non era riuscito a raggirare la propria coscienza che gli aveva impedito, sostanzialmente, di potersi esprimere fino in fondo.

Fino al momento in cui la verità aveva rischiarato la sua coscienza, dandogli modo di capire quale fosse esattamente la realtà, lui si era dovuto comunque limitare, cercando di mantenere a livello di fantasie incompiute i suoi reali desideri.

Tuttavia, la Morte gli era venuta nuovamente in aiuto. Impietosita, lo aveva condotto per mano verso quel luogo in cui sarebbe andato a finire una volta conclusa la sua vita terrena. Accadde, appunto, ciò che lui battezzò la grande rivelazione.

Voglio andare all’inferno: La trama

Tirare alla stessa fune non significa nulla;
lo fanno anche il boia e l’impiccato.

Helmut Qualtinger

Cosa c’è nella testa di un serial killer? Per il giovane Kam essere un mostro è la “normalità”. Non può fare altro che seguire la propria indole, dapprima torturando e uccidendo animali, poi passando ad uccidere gli esseri umani. Soltanto così, dando la morte attraverso il dolore, un serial killer riesce a godere.

Un grave incidente, che lo riduce in fin di vita, offre il destro alla Morte per fargli dare un’occhiata all’inferno: Kam è sorpreso dall’aspetto bucolico del paesaggio, dalla vita che si può condurre nell’aldilà, continuando a fare ciò che procurava piacere durante la vita.

Per lungo tempo, Kam continua a vivere e ad essere un serial killer, senza mai venire scoperto, soddisfatto per la sofferenza che riesce a procurare alle sue vittime. Quando, un giorno, muore davvero, si ritroverà all’inferno, che è veramente il luogo ameno che in passato gli ha mostrato la Morte, e qui potrà continuare a seguire le proprie pulsioni.

Ma allora, non c’è una punizione per chi ha fatto delle scelte così terribili come quelle del protagonista? In che cosa consiste davvero l’inferno? Kam lo scoprirà ben presto…

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