1898056_1449656005268679_2105312968_nUno scrittore in crisi di Sauro Nieddu

Da dove iniziare… forse a partire dalla prima birra, quella che ho ordinato alle tre del pomeriggio, ne verrebbe fuori un romanzo. Forse è meglio che vada subito al dunque…
E dunque erano le sette di sera ed ero sempre lì al bar. Le mie condizioni, come potete intuire, non erano delle migliori. Di solito non esco mai prima di aver scritto almeno qualche ora (e il motivo è semplice; dopo non ne sarei più in grado) ma quel giorno avevo deciso di fare un eccezione.
Come si sa, un eccezione tira l’altra, sono come le ciliegie. Ora, io non sono certo Bukowski, nel senso che quando sono sbronzo non riesco a combinare niente di niente, figuriamoci mettermi a scrivere. Però ci sono le eccezioni… una volta o due per lustro capita che, per quanto sia cotto, mi vengano delle idee che devo mettere subito su carta. Queste sono in assoluto le idee migliori. Se sono riuscite a farsi strada attraverso la nebbia alcolica fino ad affiorare alla coscienza, ci sarà pure un motivo.
Quella volta poi, si trattava di una doppia eccezione. Non una semplice idea, bensì l’idea di un romanzo completo. Dovevo fissarla il prima possibile. Sapevo per esperienza che in certe situazioni le idee ci mettono niente a svanire come fumo. Mi guardai attorno con gli occhi sgranati, alla disperata ricerca di foglio e penna, ma già presagivo che li avrei trovati.
Da almeno due ore, seduta a un tavolino col suo immancabile bicchiere di the freddo, Lucia era intenta a fare i compiti. Lucia è la figlia del barista e siamo molto amici. Ero certo che non mi avrebbe negato il foglio che mi serviva. Però avevo una sorta di timore reverenziale a chiederlo. Non che sia timido, intendiamoci, è solo che affrontare una bambina di sette anni strafatta di the, per un quarantenne ubriaco è una questione tutt’altro che semplice. Nonostante sapessi i rischi a cui andavo incontro, presi tutto il mio coraggio, un respiro profondo, e l’affrontai:
– Ciao Lucy, non è che saresti così gentile da regalarmi un foglio?
Lei mi guardò con una luce strana negli occhi. Era il momento della verità.
– Hai voglia di giocare un po’?
Io sospirai, deglutii, distolsi lo sguardo per un attimo.
– Sì, certo…
Mormorai a denti stretti.
Dopo aver percorso una decina di volte il perimetro del bar saltellando a mo’ di pinguino, tra le risate dei presenti che al contrario di me, essendo appena usciti per l’aperitivo, erano freschi come rose, ebbi finalmente il mio foglio. Avevo il fiatone e grondavo sudore sotto gli abiti invernali, ma ce l’avevo fatta. Allora mi resi conto che mi serviva anche una matita. Quella mi costò dieci minuti di ciance con una gatta di plastica, piuttosto scorbutica devo dire. Dovetti anche aiutarla a far la doccia ai suoi micini altrettanto plasticosi, e a metterli a letto.
Ora avevo foglio e matita. Ordinai un’altra birra e sedetti al tavolino. Ero distrutto, ma le idee continuavano a frullarmi in testa come passeri impazziti, bene!
Ci volle un’ora intera e un’altra bottiglia di birra per buttar giù a grandi linee la traccia del romanzo. Poi, tutto soddisfatto, ficcai il foglio nella tasca dei jeans, ordinai un’altra birra e mi accostai al bancone…

Mi svegliai con una lieve sensazione di stordimento. Quando mi alzai dal letto, la sensazione si fece piuttosto greve. Mi guardai attorno spaesato… non ricordavo nulla della sera prima. Cercai i jeans, ma non riuscivo a trovarli da nessuna parte, così optai per una tuta da ginnastica che stava in terra vicino al letto e scesi a fare colazione. Il movimento spinse un po’ di sangue su fino al cervello, allora iniziai a ricordare… i jeans me li ero levati quando ero rientrato… certo, mi ero dovuto fare la doccia dopo essere scivolato in quella pozzanghera… ma che ore erano? Ah, mezzogiorno, niente di particolarmente grave… poi ricordai di un amico che avevo incontrato la sera prima, quello che mi aveva chiesto: “che diavolo scarabocchi su quel foglio?” e io gli avevo risposto…
Un attimo! Foglio? Dov’era finito quel dannato foglio? Ma certo, dovevo averlo lasciato nella tasca dei jeans… corsi a rovistare nella cesta della roba da lavare, fuori dal bagno. Quando scrutai l’interno vidi solo il fondo di vimini intrecciato, dei vestiti che avevo indossato la sera prima, neanche l’ombra. Un tremendo sospetto cominciò a farsi largo nella mia mente ancora ottenebrata.
– Ma’ –urlai – per caso sai che fine ha fatto la roba che avevo lasciato nella cesta?
– Nella cesta? La cesta stamattina era vuota… forse vuoi dire la roba che era sparsa sul pavimento del bagno!
Ebbi un moto di fastidio. Nessuno sa essere pedante quanto mia madre quando decide d’impuntarsi su qualche dettaglio stupido…
– Ma sì, in terra, nella cesta… che differenza vuoi che faccia! Vuoi dirmi che fine hanno fatto quei dannati Jeans!!!
– Nervosetto oggi? Dove vuoi che siano, sono stesi fuori. Ho dovuto lavarli perché erano lerci.
Iniziai a tremare tutto, mi diressi lentamente verso la lavatrice. Respira, mi dicevo, respira. Vedrai che il tuo foglio sarà sul mobiletto accanto alla lavatrice, assieme agli spiccioli che avevi in tasca. Né gli spiccioli né il foglio erano là. Il mondo attorno a me iniziò a vorticare rabbiosamente. Di botto mi ritrovai fuori di casa, davanti a me il filo del bucato.
Con le ginocchia molli mi accostai ai Jeans e li tastai cautamente. Erano praticamente asciutti. Mia madre doveva aver attaccato presto quella mattina. Infine trovai il coraggio di infilare la mano nella tasca, lo feci tenendo gli occhi chiusi. Il foglio era ancora umidiccio al tatto, ma sembrava in grado di reggere la delicata estrazione senza strapparsi.
Quando me lo trovai in mano, socchiusi gli occhi e lo spiegai delicatamente. Il mio urlo d’angoscia echeggiò nel vicinato. Stormi di passeri, tortore e storni si sollevarono dagli alberi intorno, colmi di terrore. Poi sentii le forze che mi abbandonavano, una lacrima si staccò dall’occhio poggiandosi sul foglio bianco.
E dire che non avevo mai creduto alla pubblicità di quel detersivo… ma il foglio era davvero bianco, che più bianco non si può. Perfino le righe larghe da seconda elementare erano svanite nel nulla.
Mi trascinai stancamente verso la mia stanza.
– Sauro! Guarda che il pranzo è pronto!
Risposi con una bestemmia e tornai a stendermi nel letto. Cercai di vuotare la mente e lasciare che i ricordi affiorassero dai fumi alcolici della serata precedente. Il romanzo non era del tutto perduto, in effetti.
Ricordavo la scena iniziale, quando l’omino rosa antico, alto appena una decina di centimetri, usciva dalla sua crisalide/baccello in un remoto satellite di un piccolo mondo nei pressi di Sirio. Ricordavo anche la parte conclusiva, in cui il protagonista, trasformatosi in un terribile organismo cibernetico con tredici arti e una corazza d’oro cristallizzato, veniva sconfitto dal pitamorfide mutante nella città lunare di Mona.

Ormai da quel giorno è passato parecchio tempo. Tempo in cui non ho fatto altro che rimuginare su quella parte centrale svanita nel nulla. Benché ricordassi vagamente il tema portante del romanzo, non sono stato in grado, in nessun modo, di ricostruirne, neppure vagamente, la trama.
Inutile perfino dirlo, da allora la mia mente si è come bloccata. Non riesco più a scrivere, non penso a nient’altro. Pertanto, se qualche collega fosse così gentile da darmi un piccolo consiglio, un’ idea che colleghi le due scene per farne una parabola su come tutte le forme di vita dell’universo tendano a un’etica condivisa (questo era infatti il tema che avevo in mente), si sarebbe guadagnato la mia gratitudine eterna.
Umilmente ringrazio ancora chi volesse aiutarmi.
Uno scrittore in crisi.

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